Tita Buccafusca, la donna che provò a dire no alla ‘ndrangheta

Una storia d’amore, paura e morte nel cuore della Calabria più oscura.

Vibo Valentia – C’è un momento preciso in cui la vita di una persona si spezza in due: il prima e il dopo. Per Santa Buccafusca, Tita per tutti, quel momento arrivò una notte di febbraio del 2011, quando, con un bambino di quindici mesi tra le braccia, varcò la soglia di una caserma dei carabinieri. Non era un gesto qualunque. In quella Calabria, in quel mondo, andare dai carabinieri equivale a firmare una condanna. Eppure lei scelse di farlo.

Quella notte non bastò a salvarla. Ma basta, ancora oggi, a non dimenticarla.

Nicotera Marina, provincia di Vibo Valentia. Un lembo di Calabria tirrena dove il mare è bello e le radici sono profonde, nel bene e nel male. Tita nacque il 7 febbraio 1974 in una famiglia di pescatori, gente umile ed estranea alle logiche della criminalità organizzata. Suo padre tirava le reti ogni mattina, non le somme di affari illeciti. Poi arrivò lui.

Pantaleone Mancuso, detto “Luni Scarpuni”. Tita aveva quindici anni quando se ne innamorò. Lui ne aveva di più e aveva già scelto da che parte stare: apparteneva all’omonima ‘ndrina, una delle più radicate e pericolose del vibonese. Ma a quindici anni l’amore non ha l’occhio critico dell’esperienza. Vede l’uomo, non il boss. Vede il presente, non le conseguenze.

Da quel momento in poi, la vita di Tita fu costruita intorno a quell’uomo. Lo aspettò durante la detenzione. Lo sposò quando tornò libero. Gli diede un figlio. E nel frattempo divenne, suo malgrado, ingranaggio di un meccanismo che non aveva scelto consapevolmente: prestanome di ditte riconducibili al clan, intestataria fittizia di società come la “Buccafusca Santa” e la “Helios Sas”. Sulla carta era un’imprenditrice. Nella realtà, uno schermo dietro cui si muovevano i capitali della cosca.

La ‘ndrangheta ha una capacità peculiare: quella di normalizzare l’orrore, di renderlo quotidiano, familiare, inevitabile. Finché qualcosa non rompe l’equilibrio. Per Tita, quel qualcosa fu devastante. L’arresto del padre, trascinato nei guai proprio a causa del genero. La morte della madre. Quella del fratello. Lutti che portavano tutti la firma indiretta di quella stessa organizzazione di cui era diventata parte. Nel 2008 arrivò il tracollo psicologico: ricoveri in psichiatria, una diagnosi di reazione paranoide acuta. La famiglia del marito, si saprà poi, avrebbe tenuto questa fragilità in serbo come un’arma: se Tita avesse mai parlato, l’avrebbero dipinta come pazza. Una mossa antica quanto il crimine organizzato, screditare il testimone prima ancora che apra bocca.

Poi, nel 2010, nacque il figlio. E con lui, qualcosa cambiò profondamente.

Il 12 marzo 2011, a San Calogero, venne assassinato Vincenzo Barbieri, detto “u Ragioniere”: uomo di collegamento tra le ‘ndrine e i cartelli sudamericani della droga. Un omicidio eseguito con mitra e fucili a pompa, senza nemmeno la cautela di nascondersi. L’ennesimo regolamento di conti in una stagione di sangue che sembrava non avere fine. Tita sapeva troppe cose, sapeva che parte del denaro della cocaina transitava attraverso la pescheria intestata a suo nome. E con un bambino in braccio sentì qualcosa con una nitidezza che forse non aveva mai provato prima: la paura non per sé stessa, ma per quel figlio che aveva messo al mondo.

Così, due giorni dopo quell’omicidio, si presentò alla stazione dei carabinieri di Nicotera Marina. Parlò per ore. Raccontò nomi, cifre, dinamiche. Una deposizione che, se formalizzata, avrebbe potuto scuotere dalle fondamenta il potere del clan Mancuso e coinvolgere reti criminali ben più ampie. A un certo punto telefonò persino al marito, cercando, in un’ultima disperata illusione d’amore, di convincerlo a seguirla, di cambiare insieme. Poi chiamò la sorella. E alle cinque del mattino, quando la sorella arrivò in caserma, Tita uscì con il figlio in braccio e tornò a casa. I carabinieri non potevano trattenerla.

Nelle ore successive, le intercettazioni disposte nell’ambito dell’operazione antimafia “Costa Pulita” catturarono qualcosa di agghiacciante: una serie di telefonate concitate tra gli esponenti del clan Accorinti di Briatico, dapprima in preda al terrore all’idea di essere coinvolti nelle dichiarazioni di quella donna, poi progressivamente rassicurati dalla notizia che Tita aveva rinunciato.

Il codice scelto era elementare ma eloquente: “La febbre è passata.” Come se una donna che cerca giustizia fosse una malattia. Come se la verità fosse un contagio da tenere a bada. Quelle parole, cristallizzate nelle trascrizioni degli atti giudiziari, rivelano più di qualsiasi espressione la cultura che permea certi ambienti: la collaborazione con lo Stato è percepita come devianza, come patologia rispetto alla cosiddetta normalità dell’agire mafioso. Il giudice Pietro Carè, nella sentenza del processo Costa Pulita, si soffermò proprio su quella metafora, definendola rivelatrice di un sistema di valori completamente capovolto.

Il 16 aprile 2011, esattamente un mese dopo quella notte in caserma, Pantaleone Mancuso si presentò ai carabinieri per denunciare che sua moglie aveva ingerito dell’acido. Tita fu ricoverata prima a Polistena, poi trasferita a Reggio Calabria. Morì il 18 aprile. Aveva 37 anni. La versione ufficiale fu suicidio. Ma le domande si accumularono subito e non si dissiparono mai del tutto. L’autopsia rilevò che la quantità di acido muriatico ingerita superava quella che, secondo i periti, un individuo è fisicamente in grado di assumere in modo volontario: il dolore è istantaneo, paralizzante e il corpo reagisce bloccandosi prima di raggiungere una dose letale. Eppure quella soglia era stata superata.

La Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro riaprì il caso nel 2016 ipotizzando la coercizione, ma l’inchiesta venne archiviata nuovamente per insufficienza di prove. Nessuna condanna. Almeno formalmente.

Tita Buccafusca non fu l’unica a morire in quel modo. Il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato, ex membro della cosca di Piscopio che decise di parlare nel 2015, segnalò agli inquirenti una coincidenza che lasciava poco spazio al caso: anche Maria Concetta Cacciola, altra donna legata alla ‘ndrangheta che aveva intrapreso la via della collaborazione con la giustizia, era morta ingerendo acido muriatico. Entrambe avevano figli piccoli. Entrambe avevano cercato di spezzare il legame con il clan. Moscato affermò di sapere chi avesse ucciso Tita, ma le sue dichiarazioni su quel punto rimangono ancora coperte da segreto istruttorio.

La storia di Tita Buccafusca è scomoda per molte ragioni. È scomoda perché non offre eroi puliti né vittime passive. È scomoda perché mostra come la ‘ndrangheta non si combatta solo con operazioni di polizia e nelle aule di tribunale, ma si annidi nelle relazioni affettive, nei condizionamenti che iniziano a quindici anni e non finiscono mai davvero. È scomoda, soprattutto, perché ci ricorda che alcune donne hanno pagato con la vita il solo fatto di aver esitato, non di aver parlato, ma semplicemente di aver preso in considerazione la possibilità di farlo.

Il suo nome oggi compare nei dossier antimafia, nelle sentenze, negli elenchi di chi non è sopravvissuto alla propria vicinanza con certi ambienti. Una presenza silenziosa, come silenziosa fu la sua fine. Ma quella notte in caserma, con un bambino in braccio e la voce che tremava, Tita aveva detto qualcosa di potente anche senza firmare nulla: aveva detto che si poteva scegliere diversamente, che il codice dell’omertà non era una legge della natura, che esisteva un’altra strada. Non riuscì a percorrerla fino in fondo. Il perché, forse, lo sa solo chi ancora non parla.