Il documentario ha vinto un Nastro d’Argento e sarà proiettato al Parlamento europeo ma per il ministero, a quanto pare, non è abbastanza.
Roma – C’è un documentario che ha girato le sale, conquistato un premio importante e convinto decine di atenei ad adottarlo come strumento didattico. Si chiama Tutto il male del mondo, racconta la storia di Giulio Regeni, il ricercatore rapito, torturato e ucciso al Cairo nel 2016 ed è diretto da Simone Manetti per Ganesh e Fandango. Eppure, per la commissione del ministero della Cultura, non possiede sufficiente «interesse culturale» da meritare un contributo pubblico.
La stessa commissione ha invece aperto i cordoni della borsa per progetti ben diversi: un film sullo storico locale caprese, Anema e Core, uno dedicato a Gigi D’Alessio, uno sul cosiddetto “re delle fettuccine”, Alfredo. Scelte legittime, forse, ma che a confronto con il diniego su Regeni alimentano più di un interrogativo.
Il titolo del documentario riprende le parole che la madre di Giulio pronunciò davanti al corpo del figlio nell’obitorio egiziano. Un’opera che non ha avuto bisogno del sostegno statale per farsi strada: il Nastro d’Argento per la legalità è già in bacheca, settantasei università hanno aderito al circuito di proiezioni negli atenei e il 5 maggio prossimo il film approderà al Parlamento europeo. Tutto questo, evidentemente, non è bastato a convincere i valutatori ministeriali.
Domenico Procacci, produttore e fondatore di Fandango, non usa mezzi termini: dietro la bocciatura vede una scelta politica, non un giudizio artistico. Ciò che lo amareggia di più, spiega, non è tanto il diniego in sé quanto il fatto che la vicenda di Regeni sia diventata terreno di contesa tra schieramenti opposti. Una storia di violenza su un cittadino italiano, la richiesta di verità da parte di una famiglia, la ricerca di giustizia per un omicidio ancora senza colpevoli: tutto questo, osserva Procacci, dovrebbe unire, non dividere. E invece no.