In Bulgaria, Irlanda, Polonia, Portogallo e Spagna, affittare un bilocale può richiedere oltre l’80% del salario medio di un giovane. Nelle località marine non basta nemmeno il 100% dello stipendio.
Gli affitti come sanguisughe: succhiano gran parte del salario. E poi si dice che i giovani non vogliono alzare il deretano dal divano di casa per andare a vivere da soli! Se i prezzi degli affitti sono alle stelle, è più probabile che, pur lavorando, restino nel nido famigliare. Non hanno alternative coi costi degli immobili, sia da acquistare che affittare, nell’ultimo decennio schizzati a +55%. Una volta, avendo un lavoro, si poteva risparmiare sperando di acquistare un appartamento.
Oggi la speranza viene trafitta sul nascere, non le si lascia nemmeno un lasso di tempo per sperare in un cambiamento di rotta. Il problema è che mentre i prezzi salgono a dismisura, salari e stipendi languono. In assenza di una vera e seria politica dei redditi, il cui obiettivo principale è contenere l’inflazione, aumentare l’occupazione e garantire la competitività del sistema economico, solitamente legando la crescita dei salari alla produttività del lavoro, i salari scivolano nelle retrovie non riuscendo a stare al passo dell’aumento del costo della vita.
La forbice si sta allargando sempre di più per cui l’agognato sogno degli italiani, avere una casa di proprietà, non può che restare tale. La mobilità lavorativa dei giovani lavoratori viene soffocata sul nascere. Accedere ad un alloggio è diventato strutturalmente impossibile. Non è che il resto d’Europa se la passi meglio. Un recente studio di Eurofund, una Fondazione dell’Unione Europea (UE), sorta per consigliare le istituzioni continentali a migliorare le condizioni di vita e di lavoro, ha confermato che il mercato degli affitti europeo è diventato una giungla.
In Paesi come Bulgaria, Irlanda, Polonia, Portogallo e Spagna, affittare un normale bilocale può richiedere oltre l’80% del salario medio di un giovane. Addirittura nelle località marine non basta nemmeno il 100% dello stipendio. Ormai una sola retribuzione serve a ben poco, con due, forse, ce la si può fare. Oppure i più fortunati contano su qualche eredità dei parenti. La situazione da allarmante è diventata disastrosa da quando si è diffuso il fenomeno degli affitti brevi.

Si tratta di contratti di locazione ad uso abitativo di durata inferiore a 30 giorni consecutivi, stipulati da persone fisiche al di fuori dell’attività d’impresa. Non richiedono registrazione obbligatoria all’Agenzia delle Entrate, si applicano a stanze o interi appartamenti, spesso con servizi accessori, e sono soggetti a cedolare secca. Questa trovata, scaturita dalla fervida creatività fiscale tipicamente italiana, è la causa che ha contribuito in maniera decisiva alla crescita degli affitti.
Per questi motivi è cresciuto il periodo di residenza in famiglia. In Europa si va via di casa a 26,2 anni, in quella meridionale anche oltre i 30. Con la prevedibile frenata della mobilità lavorativa e lo spostare in avanti l’idea di farsi un nucelo familiare ed avere figli. Le istituzioni nazionali ed europee, come le stelle, stanno a guardare. Secondo Eurofund solo una politica abitativa strutturale per il recupero e ristrutturazione di immobili vuoti o abbandonati può invertire la rotta. In modo da non sfavorire gli eventuali acquirenti e calmierare gli affitti rapportandoli ai salari effettivi.
L’abitazione non rappresenta più l’entrata nell’età adulta, ma un bunker inespugnabile. Altro che “casa, dolce casa” ad esprimere sollievo, gioia e conforto, valore affettivo del focolare domestico, rifugio sicuro, intimo e accogliente. Qui ci si trova di fronte ad una forma di espulsione di massa che non lascia presagire nulla di buono per il futuro.