Il mistero di Villa Adua

L’interesse che diventa ossessione: la storia di Francesca Benetti e del silenzio come ultima forma di dominio.

Grosseto – Prima di diventare un caso giudiziario, Francesca Benetti era una donna che stava semplicemente cercando di ricostruirsi una vita. Nata a Valdagno, nel Vicentino, si era trasferita da giovane a Cologno Monzese, nell’hinterland milanese, dove aveva costruito tutto: la carriera come insegnante di educazione fisica, la famiglia, una quotidianità solida. Si era sposata con Mario Spataro, ingegnere benestante, dal quale aveva avuto due figli, Eleonora e Giulio. Era una vita ordinaria nel senso migliore del termine: piena, radicata, riconoscibile.

Poi era arrivato il lutto. La morte del marito aveva lasciato un vuoto che Cologno Monzese, con i suoi ritmi e i suoi ricordi, non riusciva più a contenere. Francesca aveva deciso di andare altrove. La Toscana, la Maremma, il paesaggio aspro e silenzioso di Gavorrano: lì c’era Villa Adua, una proprietà di famiglia rimasta a lungo in attesa di qualcuno che la riportasse in vita. Undici ettari di terra, una villa da ristrutturare, un progetto da costruire da zero.

L’idea era quella di trasformare la tenuta in un bed&breakfast. Non era la fuga di chi si arrende, ma la scelta di chi vuole guardare avanti. Follonica diventò la sua nuova casa e con essa una nuova relazione sentimentale, nuovi amici, una nuova quotidianità. Francesca stava riuscendo in quello che tante persone colpite dal lutto faticano anche solo a immaginare: ricominciare davvero.

Per mandare avanti Villa Adua, però, serviva qualcuno di fiducia sul posto. Un amico le indicò Antonino Bilella: siciliano di origine, ex camionista, disponibile. Quella scelta le costò la vita.

Nella cronaca italiana i femminicidi vengono spesso raccontati come esplosioni improvvise, raptus, cortocircuiti emotivi. Il caso di Francesca Benetti smentisce questa narrativa con forza. Quello che emerge dalle migliaia di pagine del fascicolo processuale è il ritratto di una violenza lenta, costruita nel tempo, metodica e soprattutto non inedita.

Antonino Bilella arrivò alla villa di Potassa con una storia personale che, se fosse stata letta con attenzione, avrebbe dovuto accendere qualche segnale d’allarme. Non era il primo contesto in cui lasciava dietro di sé domande senza risposta.

Era la fine degli anni Settanta quando Bilella viveva in un appartamento di Moncalieri, alle porte di Torino. La figlia della vicina di casa aveva dodici tredici anni. Secondo quanto riferì ai carabinieri di Grosseto nel 2014, la donna ricordava telefonate anonime reiterate in cui Bilella le dichiarava ossessivamente il proprio interesse, comportamenti esibizionistici sul pianerottolo quasi ogni mattina, e un pedinamento sistematico dal momento in cui lei iniziò le superiori, a bordo del suo furgoncino, da casa fino a scuola, per oltre un anno.

Gli investigatori grossetani, che acquisirono questa testimonianza durante le indagini sul caso Benetti, ne trassero una conclusione netta: quella condotta, aggravata dal fatto che Bilella avesse una figlia di età analoga alla ragazzina di cui si era invaghito, rivelava una capacità criminale strutturale, non episodica.

Non si trattava di un difetto di carattere occasionale. Era un modus operandi consolidato.

Nel dicembre 2013, mentre i carabinieri di Grosseto indagavano sulla scomparsa di Francesca Benetti, arrivò in caserma una lettera anonima. Chi l’aveva scritta aveva riconosciuto Bilella in televisione e decise di raccontare qualcosa che portava dentro da quasi quarant’anni.

Giorgio Canali era il proprietario dell’appartamento in cui Bilella viveva con la famiglia a Pinerolo negli anni Settanta. Il 2 luglio 1976 scomparve mentre era in vacanza ad Angrogna, borgata vicino Pinerolo. Il suo corpo fu recuperato il 9 agosto successivo in un canalone boscoso, con una ferita alla testa. Il medico legale certificò la morte per cause naturali senza disporre l’autopsia. La Procura archiviò.

Trent’anni dopo emergeva un dettaglio inquietante: poco prima di morire, Canali aveva firmato un atto in cui manifestava l’intenzione di lasciare a Bilella l’appartamento dove questi abitava. La Procura di Torino riaprì il fascicolo e nel 2015 dispose la riesumazione dei resti nel cimitero di Moncalieri. Ma nella tomba comune non fu trovato nulla di riconducibile a Canali.

Un caso nel caso: due omicidi contestati allo stesso uomo, due cadaveri introvabili.

Un elemento che la narrazione del caso trascura spesso è che Francesca non fosse ignara del pericolo. Aveva iniziato a preoccuparsi delle attenzioni di Bilella al punto da annotarsi in agenda il numero da chiamare per denunciare lo stalking. Lo voleva licenziare. Stava costruendo la sua via d’uscita.

Francesca era una donna che aveva già perso molto, che aveva faticato a rialzarsi e che stava cercando con lucidità di proteggere il nuovo equilibrio che si era costruita. Aveva individuato il problema, stava agendo. Ma tra il momento in cui una donna riconosce il pericolo e quello in cui riesce a liberarsene esiste uno spazio temporale che troppo spesso si trasforma in una trappola mortale. Il 4 novembre 2013 andò a Villa Adua probabilmente convinta di poter chiudere quella storia con un licenziamento. Non sapeva che Bilella aveva già deciso diversamente.

Da quel giorno di Francesca Benetti si persero le tracce.

Dal punto di vista strettamente giuridico, il caso Benetti rappresenta un precedente significativo. Secondo l’avvocato Agron Xhanaj, che ha assistito il fratello della vittima in tutti e tre i gradi di giudizio, si tratta di uno dei pochi processi italiani conclusosi con ergastolo e isolamento diurno in assenza sia del corpo della vittima che dell’arma del delitto.

La condanna si reggeva su un impianto indiziario solido ma indiretto: le tracce di sangue sul pianale del bagagliaio, i tentativi di rottamare l’auto nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa, il movente ricostruito attraverso mesi di comportamenti ossessivi documentati, la condotta post-delitto. I tre gradi di giudizio, Corte d’Assise di Grosseto, Corte d’Appello, Cassazione, hanno concordato che quell’insieme di prove fosse sufficiente a escludere il ragionevole dubbio.

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, ritenendolo incentrato su contestazioni di merito che esulano dal suo perimetro valutativo. Bilella ha esaurito ogni strada processuale. Ma ha conservato l’unica cosa che gli restava: il silenzio su dove si trova il corpo.

Dopo la dichiarazione di morte presunta, Villa Adua è passata ai figli di Francesca, che hanno venduto i terreni a una società agricola. Al contratto era allegato il certificato di morte: data del decesso, 4 novembre 2013; luogo della morte, non conosciuto.

Quella dicitura burocratica racchiude tutto il peso irrisolto di questa storia. Una donna che aveva perso il marito, che aveva trovato la forza di ricominciare, che aveva costruito mattone su mattone una nuova esistenza e che alla fine non ha nemmeno una tomba su cui i figli possano portare un fiore. L’unico a sapere dove si trovino i resti di Francesca ha scelto di portare, forse per sempre, quel segreto con sé.