A settimane dal lancio ufficiale, centinaia di docenti precari si trovano con pochi centesimi nel portafoglio digitale invece dei 383 euro promessi.
Roma – Sulla carta tutto sembrava pronto. Una data fissata, un annuncio ufficiale, una piattaforma accessibile. Ma per una parte consistente degli insegnanti italiani la Carta del docente 2026 si è rivelata, almeno per ora, poco più di un’icona sul desktop: cliccabile, ma sostanzialmente vuota. Al posto dei 383 euro promessi, molti trovano importi irrisori, pochi centesimi, a volte meno di un euro, che rendono impossibile qualsiasi utilizzo concreto del bonus.
Quest’anno la misura avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Per la prima volta venivano inclusi anche i docenti precari e il personale educativo, categorie tradizionalmente escluse dal beneficio. Una scelta che ha comportato una riduzione dell’importo individuale – dai 500 euro precedenti agli attuali 383 – ma che in teoria avrebbe garantito un sostegno più diffuso. In teoria, appunto. Perché nella pratica sono proprio i nuovi beneficiari, i precari, ad aspettare ancora. Il che trasforma una misura nata per colmare una disparità in una che rischia di crearne un’altra.
Il contributo, lo ricordiamo, serve a finanziare spese legate alla crescita professionale: corsi di aggiornamento, libri, ingressi a eventi culturali, acquisto di strumentazione tecnologica. Quest’anno si aggiungono anche i servizi di trasporto e gli strumenti musicali, mentre per l’acquisto di hardware e software viene introdotta una finestra quadriennale. Possibilità ampie, dunque, ma del tutto teoriche per chi non ha ancora visto arrivare un centesimo.
Il tempo, in questi casi, non è un dettaglio neutro. Molti insegnanti avevano già individuato corsi e opportunità formative da finanziare con la Carta, spesso con scadenze ravvicinate. Quelle scadenze sono passate e con loro sono svanite occasioni che non torneranno. Un danno concreto, non solo una scocciatura burocratica, che alimenta la frustrazione di chi si sente trattato come beneficiario di serie B. Tanto che tra i docenti interessati si comincia a parlare con insistenza crescente della possibilità di avviare ricorsi formali contro il Ministero.