Aborto: una pratica ancora da mammane

Il movimento antiabortista nel nostro Paese ha assunto toni da “guerra santa”, paragonando l’aborto ad un omicidio. L’integralismo stride sempre, specie in questo caso.

In Italia l’aborto è praticato ancora illegalmente. Era il 22 maggio 1978 quando il Parlamento approvò la Legge 194, che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) e la tutela sociale della maternità. Consente l’aborto entro i primi 90 giorni per motivi di salute, economici, sociali o familiari, e successivamente solo per motivi terapeutici, garantendo il diritto alla salute della donna e l’obiezione di coscienza per il personale sanitario. 

Fu considerata una grande conquista da parte delle donne, frutto delle lotte dei movimenti femministi degli anni ’70. In un Paese normale una legge dello Stato va applicata ma in Italia di normale non c’è nulla e, infatti, l’aborto illegale viene ancora praticato, malgrado siano trascorsi quasi 50 anni dalla sua promulgazione. L’IVG al di fuori delle norme di legge e delle strutture sanitarie autorizzate comporta gravi rischi per la salute.

Prima della legge 194 l’aborto era illegale e considerato un reato, costringendo migliaia di donne a ricorrere a pratiche artigianali pericolose. Il fenomeno è diffuso, nonostante la legge, a causa dell’alto numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche, che rende difficile l’accesso all’ IVG nei tempi previsti. Inoltre è stato registrato un aumento di aborti “fai da te” con farmaci non appropriati. La cronaca è ricca di obiettori di coscienza che predicano in un modo e razzolano in un altro.

Nel senso che si professano contrari all’aborto nella struttura pubblica, per poi praticarlo a pagamento in privato. Una coscienza quanto mai ballerina. L’obiezione di coscienza sarà pure una scelta legittima ma in un servizio sanitario pubblico è violazione di una legge dello Stato. L’aborto al di fuori della legge è, quindi, molto diffuso, come ha certificato l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) secondo cui IVG oscilla tra il 13 e il 27%. Eppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha esortato l’IVG farmacologica, con la famigerata pillola RU486, perché migliora l’accesso, rispetta la privacy evitando la medicalizzazione.

Le ultime linee di indirizzo in materia hanno eliminato l’ospedalizzazione e allungato il tempo della gestazione e ha reso possibile l’assunzione della pillola nei consultori. Il problema è che non tutte le Regioni hanno strutture idonee. Solo tre di esse si sono adeguate: Emilia-Romagna, Lazio e Toscana. Mentre la Sardegna ha avviato un iter che possa rendere fattuale l’IVG nei consultori e ambulatori.

Il fatto che da questo punto di vista l’Italia è ancora molto indietro dipende, secondo alcuni, dalla convinzione della gran parte di medici secondo cui l’opzione farmacologica sarebbe, emotivamente, ingestibile dalle donne. In realtà sull’aspetto psicologico influisce maggiormente l’ospedalizzazione. Sul territorio nazionale ci sono molte associazioni, reti femministe e organizzazioni mediche che si dedicano a garantire il diritto all’aborto, offrendo supporto, informazioni e monitoraggio per la corretta applicazione della Legge.

Dal 1978 ad oggi i passi in avanti sono stati lenti e, spesso, inconcludenti

Il loro lavoro è molto concentrato sulla singola persona in un momento delicato della propria vita. E’ emerso che il percorso è simile ad una corsa ad ostacoli, accentuato da un atteggiamento ostile del personale sanitario e da un contesto culturale che criminalizza l’IVG. L’aborto viene vissuto da chi sceglie di effettuarlo, come un turbamento più per il comportamento degli operatori che per il fatto in sé.

Il movimento antiabortista nel nostro Paese ha assunto toni da “guerra santa”, paragonando l’aborto ad un omicidio. Con tutto il rispetto che si deve per chi compie scelte per motivi morali, religiosi e etici, stride il loro integralismo.

Meglio un approccio laico e autenticamente liberale. Un diritto non dev’essere un obbligo: chi lo esercita ha pari dignità con chi si astiene.