La scomparsa di Manuela Teverini: un delitto senza corpo

Vent’anni di indagini, una condanna definitiva e nessun cadavere: il silenzio dell’assassino pesa come un macigno.

Cesena – C’è una domanda che la famiglia di Manuela Teverini si porta dietro da oltre vent’anni e a cui nessuna sentenza, per quanto definitiva, è riuscita ancora a dare una risposta: dove si trovano i resti di Manuela? Il marito Costante Alessandri è stato condannato in via definitiva a vent’anni di reclusione per il suo omicidio. Ma il corpo della donna non è mai stato trovato e probabilmente non lo sarà mai, a meno che Alessandri non decida di parlare.

La sera del 5 aprile 2000 tra i coniugi era scoppiata una discussione: Alessandri aveva scoperto l’esistenza di alcuni libretti bancari intestati alla sola moglie. Manuela stava cercando di mettere al sicuro i propri risparmi in vista della separazione, su consiglio del suo avvocato, temendo che il marito li sperperasse.

Al mattino seguente il letto matrimoniale era intatto. Alessandri dichiarò di essersi addormentato nel lettino della figlia. La moglie non era in casa. Nel pomeriggio si recò in banca per verificare lo stato dei conti e poi dai carabinieri per denunciarne informalmente la scomparsa. Nelle vicinanze della stazione ferroviaria di Cesena fu rinvenuta l’auto della donna, chiusa a chiave ma priva del sedile posteriore e delle fodere coprisedile. L’assenza di telecamere di sorveglianza nella zona non permise mai di stabilire chi avesse spostato l’automobile.

Manuela lasciò una figlia, Lisa, che in quel momento aveva appena quattro anni.

Nel 2002 Alessandri venne arrestato e rimase in carcere a Forlì per circa un mese, poi il caso venne archiviato dalla Procura dopo che le perquisizioni e gli scavi attorno al podere di Capannaguzzo non portarono ad alcun esito. L’uomo tornò libero e sembrò che la vicenda fosse destinata a restare senza risposta.

Manuela e il marito (Foto da Chi l’ha visto?)

Poi arrivò la svolta. In alcune intercettazioni di colloqui con una giovane donna ucraina con la quale aveva una relazione e che fu messa sotto protezione e condotta in una località segreta, Alessandri aveva ammesso di essere stato lui ad uccidere la moglie. La frase captata dagli investigatori era inequivocabile: aveva confessato di aver fatto un buco e di averla messa sottoterra. Davanti agli inquirenti, l’uomo tentò di ritrattare, sostenendo di averla pronunciata consapevolmente, sapendo di essere intercettato, per provocarli. Ma quella registrazione rimase al centro del fascicolo.

Nei mesi successivi alla scomparsa, Alessandri perse anche la potestà genitoriale dopo aver lasciato la figlia di quattro anni da sola in casa di notte. La piccola Lisa venne affidata agli zii materni e sarebbe cresciuta nella famiglia della madre, chiedendo per anni la verità su quanto era accaduto.

Nel 2016 la vicenda venne riaperta anche grazie alla perseveranza delle sorelle e dei familiari di Manuela. Testimonianze, indizi, il movente economico legato a una separazione che Alessandri non voleva in nessun modo accettare: tutto questo portò al rinvio a giudizio.

Costante Alessandri

La prima condanna arrivò il 18 gennaio 2019, quando il Gup del tribunale di Forlì dichiarò Alessandri responsabile di omicidio volontario e distruzione di cadavere, condannandolo a vent’anni con rito abbreviato. Il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo, ma il giudice escluse l’aggravante della premeditazione e applicò la riduzione di un terzo della pena prevista per il rito abbreviato. Il 12 dicembre 2019 la Corte d’Appello di Bologna confermò la condanna.

Il 21 settembre 2021, dopo una lunga camera di consiglio conclusasi a tarda notte, la Prima sezione penale della Cassazione rigettò il ricorso della difesa, rendendo definitiva la condanna. Alessandri entrò in carcere in attesa di essere trasferito in un istituto penitenziario per lunghe pene.

Il corpo di Manuela non è mai stato trovato, nonostante anni di ricerche, scavi e l’impiego di cani molecolari.