Il traffico nello snodo chiave del petrolio crolla con la guerra e le alternative per esportare energia restano limitate.
Le tensioni in Medio Oriente riportano sotto i riflettori uno dei punti più delicati dell’economia energetica mondiale: lo Stretto di Hormuz. La guerra in corso nella regione ha quasi paralizzato il traffico marittimo nel passaggio strategico che collega il Golfo al resto del pianeta, mettendo in evidenza quanto il sistema energetico globale resti vulnerabile a un’eventuale chiusura di questo snodo fondamentale. È quanto emerge da un’analisi pubblicata dal The New York Times, secondo cui la combinazione tra fattori geografici, rivalità politiche e limiti infrastrutturali ha lasciato i Paesi produttori senza una vera alternativa per esportare petrolio e gas.
Nonostante da anni venga considerato uno dei principali colli di bottiglia per l’energia mondiale, lo stretto continua infatti a essere il passaggio quasi obbligato per la maggior parte delle esportazioni di idrocarburi provenienti dalle monarchie del Golfo. Nel tempo sono state costruite alcune infrastrutture alternative, come oleodotti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, ma la loro capacità rimane limitata rispetto al volume complessivo della produzione della regione.
Il conflitto scoppiato oltre due settimane fa ha riportato con forza il tema al centro dell’attenzione dei mercati energetici. Durante la seconda settimana di ostilità il traffico nello Stretto di Hormuz si è praticamente fermato e il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quasi quattro anni. Secondo i dati della Agenzia Internazionale per l’Energia, le spedizioni di greggio attraverso lo stretto sono scese a meno del 10% dei livelli precedenti alla guerra. Parallelamente il Qatar ha sospeso sin dai primi giorni del conflitto il processo di liquefazione del gas destinato all’export, con il risultato che petrolio e gas restano accumulati nella regione mentre i depositi di stoccaggio si riempiono rapidamente.
Alla base della mancanza di vie alternative ci sono soprattutto la geografia e i rapporti spesso complicati tra i Paesi dell’area. Per molti produttori l’unico modo per aggirare Hormuz sarebbe realizzare nuovi oleodotti attraverso Stati confinanti, un progetto che richiederebbe investimenti enormi e accordi politici difficili da raggiungere. Il Qatar, ad esempio, ha un solo confine terrestre, con l’Arabia Saudita, e i due Paesi sono usciti da una lunga crisi diplomatica soltanto cinque anni fa. Anche le infrastrutture terrestri, inoltre, non sono immuni dai rischi: l’ex amministratore delegato di BP, John Browne, ha spiegato che nessuna infrastruttura energetica può essere considerata completamente sicura e che chi ha intenzioni ostili può colpirla in molti modi diversi.
Esistono comunque alcuni corridoi alternativi, ma la loro portata resta limitata. Gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito un oleodotto che collega Abu Dhabi al porto di Fujairah, permettendo di bypassare Hormuz. L’Arabia Saudita dispone invece di una grande infrastruttura diretta verso il Mar Rosso con una capacità teorica di circa sette milioni di barili al giorno. Una parte consistente di questo flusso, però, è destinata alle raffinerie interne del Paese, lasciando solo circa cinque milioni di barili quotidiani disponibili per esportazioni alternative.
In uno scenario in cui lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, l’equilibrio del mercato energetico mondiale potrebbe quindi incrinarsi rapidamente. Il presidente e amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha avvertito che senza accesso a questo passaggio marittimo il mercato petrolifero globale rischierebbe conseguenze catastrofiche, a dimostrazione di quanto il mondo continui a dipendere da uno dei corridoi marittimi più sensibili del pianeta.