La bambina inghiottita dal bosco

Trent’anni di silenzio, un processo senza colpevoli e una bambina di due anni che nessuno ha più rivisto. La storia di Adriana Benedetta Roccia, scomparsa a Guardia Piemontese il 10 giugno 1990.

Cosenza – Era domenica. L’aria sapeva di resina e di fragoline di bosco. Su quella montagna di castagni, tra Cetraro e Guardia Piemontese, una bambina di due anni con i capelli color rame smise di essere nel mondo. O almeno: smise di essere nel mondo che conosceva.

Non era una gita. Era lavoro. Ferruccio Roccia e sua moglie Anna Guaglianone erano braccianti, sette figli a carico, la povertà non come condizione temporanea ma come orizzonte permanente. In quel giugno del 1990 caricarono i bambini su una motocarretta e salirono verso il bosco di Nicolino: lì le fragoline selvatiche si raccoglievano a mano e si rivendevano ai turisti lungo la Statale Tirrena. Era uno di quei lavori che si fanno in silenzio, piegati verso terra.

A metà mattina Ferruccio e Anna posarono le ceste. Affidarono la più piccola, Adriana Benedetta, due anni, alla sorellina di quattro, Adelina. Pochi minuti, dissero. Poi tornarono. Benedetta non c’era più.

Quello che accadde nei minuti successivi è ricostruibile solo in parte. Ferruccio cominciò a perlustrare il bosco da solo. Anna scese a Cetraro e denunciò la scomparsa ai carabinieri. Trascorsero quasi quattro ore prima che scattasse una vera macchina di ricerca: elicotteri, cani molecolari, volontari. I segugi seguirono una traccia e si fermarono di colpo vicino alla strada. Una fermata brusca, innaturale. Come se qualcuno avesse prelevato la bambina e l’avesse caricata su un veicolo.

Adelina aveva quattro anni. Non è un’età in cui si mente con premeditazione. Quando tornò verso i genitori, quella mattina, disse una cosa precisa: la sorellina era stata presa da un uomo brutto con i baffi.

“Un uomo brutto con i baffi.” Sette parole. Sette parole che vennero ascoltate, registrate e poi sostanzialmente accantonate.

Non è raro che nelle indagini su minori scomparsi le testimonianze di altri bambini vengano sottovalutate, trattate come frutto di fantasia o suggestione. Lo era ancor più nel 1990, quando la psicologia della testimonianza infantile era quasi assente nei protocolli investigativi italiani. Eppure Adelina non stava raccontando una storia: stava descrivendo qualcosa che aveva visto.

La pista dell’uomo con i baffi fu aperta e poi chiusa senza risultati documentati. Nessun identikit circolò pubblicamente. Nessun testimone confermò la presenza di un estraneo nel bosco. Ma nessuno, a quanto risulta, la smentì con assoluta certezza.

Dieci giorni dopo la scomparsa, la storia subisce una torsione brutale. Ferruccio e Anna vengono arrestati. Con loro, due vicine di casa. L’accusa è sequestro di persona. L’ipotesi della Procura di Paola è che Benedetta non sia scomparsa, ma sia stata ceduta, venduta a voler essere brutali, a una coppia benestante e senza figli.

A sostenere questa teoria concorrevano diversi elementi. La famiglia viveva in condizioni di povertà estrema. In passato i Roccia avevano già dato in adozione regolare un’altra bambina. Testimonianze raccolte da alcuni familiari indicavano che offerte di acquisto della bambina sarebbero arrivate persino prima della sua nascita. Il quadro era abbastanza torbido da giustificare, almeno agli occhi degli inquirenti, un’ipotesi di reato.

Ma un’ipotesi non è una prova. E le prove, in questo caso, non arrivarono mai.

Il processo si aprì e si trascinò per anni. Le segnalazioni si moltiplicarono: una bambina che assomigliava a Benedetta vista in Sud America, poi in Francia, poi in Germania. Piste che si dissolsero una dopo l’altra. L’11 gennaio 2001 arrivò la sentenza: assoluzione dall’accusa principale di sequestro di persona. Rimase solo una condanna a un mese per violazione della legge sulle adozioni, una norma tecnica, non un crimine contro una bambina.

Adriana Benedetta Roccia avrebbe oggi circa trentasette anni. Se fosse stata venduta e cresciuta altrove, potrebbe non sapere nulla della sua storia. Potrebbe vivere in un Paese straniero con un altro nome, un’altra identità. Potrebbe, al contrario, sapere tutto e aver scelto il silenzio.

Oppure, e questa è l’ipotesi che nessuno ama formulare ad alta voce, potrebbe non essere più in vita. I boschi calabresi hanno anfratti profondi. Nel 1990 le tecniche di ricerca erano quello che erano. Un corpo piccolo, in un territorio difficile, avrebbe potuto non essere trovato.

Il caso di Benedetta emerge periodicamente dalla memoria collettiva ogni volta che un’altra bambina scompare nel Sud Italia. Accadde nel 2004, quando Denise Pipitone sparì a Mazara del Vallo. Ogni sparizione riapre la ferita di quelle precedenti, come se i misteri irrisolti si chiamassero l’un l’altro attraverso gli anni.

denise pipitone
Denise Pipitone

Quello che resta del caso di Benedetta è una fotografia sgranata: una bambina di due anni, capelli color rame, occhi castani un po’ stupiti davanti all’obiettivo. E una famiglia che per trent’anni ha vissuto nell’ambiguità più lacerante.

Guardia Piemontese è un paese piccolo, arroccato sulle colline del Cosentino. Il bosco di Nicolino è sempre lì, verde e ombroso. Nessuna lapide, nessun segno. Solo il ricordo di una domenica di giugno, fragoline di bosco e una bambina svanita nel nulla, inghiottita nel silenzio del bosco.