Il prezzo aumenta e lo scarso potere di acquisto dei nuclei familiari costringe a rinunciare all’ottimo alimento. Occorre una politica di protezione del comparto ma non c’è da sperarci.
A volte è lecito piangere sul latte versato. La cronaca, nelle ultime settimane, ha raccontato casi di allevatori che producono latte in eccesso rispetto alla domanda. Non sapendo a chi darlo sono costretti a buttarlo. Neppure darlo in omaggio è possibile per una serie di pastoie burocratiche. Inoltre a causa della complessità dei processi di raccolta, screening e pastorizzazione necessari per garantire la sicurezza, ma soprattutto per la logistica, la mancanza di conoscenza delle banche del latte ha fatto lievitare i costi.
Si preferisce smaltirlo, anche perché le proposte per acquistarlo a volte sono state di 6 centesimi al litro! La causa, dal punto di vista economico, è molto semplice: l’offerta soverchia la domanda. Il mercato di questo alimento fondamentale è particolare, nel senso che uno squilibrio seppur minimo produce conseguenze di lunga durata, che è complicato poi correggere nell’andamento. Il consumo di latte e suoi derivati è calato nelle famiglie a causa dell’inflazione che come un rapace predatore ha distrutto il loro potere d’acquisto e si fa sentire soprattutto nel comparto alimentare.
Poi ci sono variabili internazionali che hanno determinato la situazione attuale. Ad esempio la Cina, nel 2024, dopo una valutazione sui prodotti caseari importati, decise di imporre dazi fino al 42,7%. Fu una risposta ai dazi introdotti sulla auto elettriche dall’Unione Europea (UE). Secondo gli esperti del settore un calo del prezzo del latte era prevedibile ma non ai livelli che poi si sono verificati. Le aziende casearie, forse, hanno commesso l’errore di pensare che la produzione fosse come il pozzo di San Patrizio, ossia infinita.
Senza porsi il quesito che i consumatori avrebbero potuto avere i cordoni della borsa molto stretti non per scelta, ma per costrizione e, quindi, con poche possibilità di spendere. Quando il prezzo del latte era medio-alto gli allevatori, presi dall’entusiasmo, avevano aumentato la produzione. Quando il mercato ha prodotto un abbassamento del prezzo gli allevatori si sono trovati in braghe di tela e il mercato non ha avuto più sbocchi.

Lo scorso dicembre presso il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare si è tenuto un incontro tra allevatori e aziende. Si è raggiunto un accordo secondo cui le aziende pagheranno il latte 54 centesimi al litro nel mese di gennaio, 53 a febbraio e 52 a marzo. Le aziende speravano in qualche centesimo in meno, gli allevatori in più. Comunque non è un patto tassativo, ma una presa d’atto che il momento è difficile e bisogna evitare danni.
Gli allevatori soprattutto temono che una volta finito l’accordo ci si ritroverà punto e a capo. Con un mercato così paranoico c’è chi pensa di bloccare le importazioni dall’estero. L’impasse è dovuta anche al fatto che ci sono state molte speculazioni come se si trattasse di un mercato borsistico, per cui le oscillazioni sono all’ordine del giorno. Mentre il mercato lattiero-caseario è basato su beni concreti e i risultati si realizzano in tempi medio-lunghi.
Forse sarebbe necessaria una politica di protezione del comparto dagli sbalzi del mercato e un controllo della domanda e dell’offerta in modo da programmare quando e quanto produrre.