Quaranta coltellate alla madre, cinquantasette al fratello di undici anni. Poi la corsa fuori casa, la storia degli albanesi e le 48 ore di bugie.
Alessandria – È una serata come tante in un quartiere residenziale di Novi Ligure, provincia di Alessandria. Francesco De Nardo è uscito con gli amici. Sua moglie Susanna, per tutti Susy, e il figlio Gianluca, undici anni, rientrano a casa verso le sette e mezza di sera. Nell’abitazione li aspettano già Erika, sedici anni, e il suo fidanzato Mauro Favaro, detto Omar, un anno più grande. Omar è nascosto nel bagno del pianterreno. Indossa già i guanti.
Quello che accade nei minuti successivi lo ricostruirà il RIS di Parma attraverso tracce di sangue, impronte di scarpe e segni sulle pareti. In cucina scoppia una discussione tra Susy ed Erika, probabilmente sul rendimento scolastico della ragazza. Erika afferra un coltello e colpisce la madre. Omar esce dal bagno. Susy cerca di difendersi, si dimena, urta il tavolo con una violenza tale da spezzarlo. I due la colpiscono ancora, fino a essere certi che sia morta. In totale riceve quaranta coltellate.

Gianluca è al piano superiore, si sta preparando per lavarsi dopo una partita di pallacanestro. Sente il rumore, scende le scale e si trova davanti al corpo della madre. Viene colpito subito, al piano terra. Una traccia di sangue sul cavo del telefono della cucina lo documenta. I due lo portano al piano di sopra cercando di calmarlo. Erika gli dice che penserà lei a medicarlo. Gianluca non si fida. Si rifugia nella sua camera, poi nel bagno. Lì i due tentano di annegarlo nella vasca, poi di avvelenarlo con della polvere topicida trovata in casa. Entrambi i tentativi falliscono. Il bambino continua a lottare e morde Omar alla mano. A quel punto lo uccidono con altri colpi di coltello. Cinquantasette in tutto.
Nel piano originale probabilmente il fratellino non doveva morire. La sua presenza lo trasforma in un testimone da eliminare. Secondo quanto ricostruiranno gli inquirenti, i due fidanzati avevano progettato da mesi di uccidere l’intera famiglia, compreso il padre. Quella sera Francesco non è in casa. Omar, stanco e ferito alla mano, si rifiuta di aspettarlo. Erika insiste, ma rinuncia. Prima di andarsene, i due cercano di ripulire la casa. Non ci riescono. Lavano i coltelli, gettano uno di essi nei rifiuti insieme ai guanti. L’altro rimane sul pavimento della cucina.
Alle otto e cinquanta Omar lascia la villetta in motorino. Un passante nota i pantaloni insanguinati e il giorno dopo lo segnala ai carabinieri.

Verso le nove di sera Erika esce dal garage, percorre via Dacatra scalza, in lacrime, e ferma un’automobile. Dice che due uomini sono entrati in casa e hanno ucciso sua madre e suo fratello. Li descrive con precisione: uno anziano, corpulento, con la barba bianca. L’altro più giovane. Dice che sono albanesi. La storia gira in poche ore. I telegiornali la riprendono. Davanti alla villetta sigillata dai carabinieri si raduna gente che sfoga la rabbia contro gli stranieri. I politici locali organizzano una fiaccolata. Un diciassettenne albanese conosciuto da Erika viene prelevato nella notte e portato in caserma. Ha un alibi. Viene rilasciato.
Gli investigatori fin da subito notano che nessuna porta o finestra mostra segni di forzatura. Nessun oggetto è stato sottratto. Le armi sono coltelli da cucina della famiglia. L’ora scelta per una rapina è insolita. La ferocia dei colpi è incompatibile con un furto andato storto. Ma Erika continua a rispondere alle domande con una lucidità che sorprende tutti. I carabinieri iniziano a chiamarla “ghiaccio”.
Il 23 febbraio, quarantotto ore dopo il delitto, gli inquirenti portano entrambi a fare un sopralluogo nella villetta, poi li lasciano soli in una stanza della caserma dotata di microfoni e telecamere nascosti. Omar è nervoso. Erika lo calma. A un certo punto mima il gesto di affondare una coltellata e gli chiede quante gliene abbia date. Parlano degli identikit che lei avrebbe dovuto disegnare e Omar la rimprovera di aver tracciato un volto troppo simile al suo. Discutono della possibilità di fuggire se i sospetti si facessero più pesanti. Le telecamere riprendono tutto.
Quella sera i due vengono arrestati e condotti al carcere minorile Ferrante Aporti di Torino. Da quel momento ciascuno comincia ad accusare l’altro.
Le perizie psichiatriche durano mesi. Gli esperti descrivono una personalità narcisistica in Erika, con assenza di empatia e bisogno di controllo, e una personalità dipendente in Omar, portato a compiacere e ad assecondare. Insieme, si legge nei faldoni dell’inchiesta, formano un sistema relazionale che ha amplificato in ciascuno ciò che da soli non avrebbero probabilmente mai espresso. Li dichiarano capaci di intendere e di volere.
Il 14 dicembre 2001 il tribunale per i minorenni di Torino condanna Erika a sedici anni di reclusione e Omar a quattordici. Le condanne vengono confermate in appello nel 2002 e dalla Cassazione nel 2003. Omar esce dal carcere nel marzo del 2010. Erika nel dicembre del 2011, dopo essersi laureata in Filosofia con il massimo dei voti.
Francesco De Nardo, il padre, non ha mai interrotto i rapporti con la figlia. Nei giorni immediatamente successivi al delitto è tornato nella villetta di via Dacatra e ha pulito lui stesso il sangue dalle pareti.