La corsa contro il tempo di un detenuto che rischia di morire in cella

Tra carte, decreti e silenzi amministrativi, la salute di un uomo gravemente malato resta sospesa in un limbo che nessuno sembra voler sciogliere.

Catania – La storia di Francesco Calì non è solo una vicenda giudiziaria: è un percorso tortuoso fatto di corridoi penitenziari, relazioni mediche, trasferimenti urgenti e un’attesa che, giorno dopo giorno, diventa più pericolosa della condanna stessa. Un uomo di sessantadue anni, segnato da un passato giudiziario pesante, ma soprattutto da un corpo che non regge più. Un corpo che, secondo i medici, può cedere “in qualsiasi momento”.

Il 29 novembre 2025 il magistrato di Sorveglianza di Cagliari aveva messo nero su bianco ciò che ormai era evidente: Calì è un detenuto gravemente malato. Le relazioni sanitarie parlano di “esiti di rottura MAV cerebellare… atassia, dolore neuropatico cronico, disfagia, disfonia, deficit funzionale del cammino”. Una lista di patologie che, da sola, racconta un’esistenza fatta di sofferenza, limitazioni, dipendenza dagli altri anche per i gesti più elementari.

Il decreto di Cagliari non lasciava spazio a interpretazioni: l’uomo doveva essere trasferito immediatamente in un istituto vicino a una struttura ospedaliera dotata di Gamma Knife, l’unica tecnologia in grado di intervenire sul residuo malformativo cerebellare. Una cura non opzionale, ma necessaria. Forse l’unica possibilità per evitare un peggioramento irreversibile.

Il trasferimento avviene il 21 dicembre 2025. Calì arriva a Catania, nel carcere di Piazza Lanza, a pochi minuti dall’Ospedale Cannizzaro, che quella tecnologia ce l’ha davvero. Da quel momento, però, tutto si ferma.

Nessuna visita specialistica. Nessun esame preliminare. Nessuna calendarizzazione dell’intervento. Nulla. Il tempo passa, e con esso peggiora il rischio. Lo denuncia l’avvocato Giuseppe Lipera, che nelle sue istanze parla senza giri di parole: “La vita del detenuto è in serio e gravissimo pericolo.” E aggiunge un dettaglio che restituisce la misura della fragilità del suo assistito: “Non è in grado di deambulare autonomamente… è costretto a nutrirsi solo di omogeneizzati.”

L’avvocato Giuseppe Lipera

Il difensore non si limita a chiedere il differimento della pena: chiede che venga rispettato il decreto già emesso, quello che imponeva l’attivazione immediata del percorso sanitario. Perché un trasferimento, da solo, non cura nessuno. Perché un provvedimento giudiziario non può essere ridotto a un atto formale. Perché la salute, soprattutto in carcere, non può essere lasciata scivolare tra le pieghe della burocrazia.

Il Magistrato di Sorveglianza di Catania, però, dichiara inammissibile la richiesta di detenzione domiciliare e rimanda la questione sanitaria a un reclamo ex art. 35-bis O.P. Un passaggio tecnico, certo. Ma mentre gli atti si spostano da un ufficio all’altro, Calì resta lì, in una cella, con un corpo che non aspetta i tempi della giustizia.

Nell’istanza del 13 febbraio 2026, Lipera scrive parole che suonano come un appello umano prima ancora che giuridico: “Il luogo ove si decide della vita delle creature umane non è il palazzo della legge ma un palazzo di giustizia.” E invita chi legge a fare una cosa semplice, quasi disarmante: “Alzare il telefono e chiamare il carcere, per averne conferma.”

La richiesta finale è drastica, ma inevitabile nella logica del racconto: la scarcerazione immediata del detenuto, da affidare alle cure dei figli. In subordine, la detenzione domiciliare con accesso libero alle strutture sanitarie.

Ora la decisione passa nuovamente alla magistratura. Nel frattempo, il tempo continua a scorrere. E per Francesco Calì ogni giorno senza cure è un giorno perso.