Olimpiadi di Milano Cortina, il pasticcio del catering: Slovenia batte Italia 3 a 0

Migliaia di euro per “l’autentica ospitalità alpina italiana”, ma a Cortina cucina un’azienda di Lubiana. Il governo scarica la colpa sul CIO, Raspelli indaga come ai tempi della cronaca nera.

Roma – Diciamolo subito: non è questione di Slovenia sì o Slovenia no. Il problema è che ti vendono il sogno olimpico con la bandiera tricolore in bella mostra, ti promettono “l’eccellenza della cucina regionale” e “l’autentica esperienza alpina italiana”, ti chiedono di sborsare cifre da capogiro per i pacchetti hospitality, e poi scopri che dietro le quinte c’è un’azienda slovena. Non è nazionalismo spicciolo, è pubblicità ingannevole condita con un pizzico di farsa istituzionale.

La storia viene a galla grazie al fiuto di Edoardo Raspelli, che evidentemente ai tempi della cronaca nera per il Corriere d’Informazione ha imparato che quando qualcosa puzza, conviene scavare. Ad aprile 2025 era tutto un tripudio: On Location, il colosso che gestisce i pacchetti vip, aveva messo in vetrina lo chef Carlo Zarri del San Carlo di Cortemilia, montagne di bresaola valtellinese, Bitto, Casera, speck altoatesino, Prosecco veneto. Poi Zarri sparisce a dicembre, e calano le tenebre. Mail senza risposta, telefonate nel vuoto, uffici stampa che ti rimbalzano come una pallina da ping-pong.

Raspelli non molla. Contatta chef altoatesini, chiama colleghi in Val Badia, mobilita la sua rete di contatti. Alla fine, stanco di girare a vuoto, interroga ChatGPT. E l’intelligenza artificiale gli conferma il sospetto: a Cortina, nelle tre location più prestigiose dell’intera manifestazione olimpica, cucina la Jezeršek, azienda slovena con sede a Lubiana.

Ora, mettiamola così: l’Italia è il Paese dove la cucina è religione laica, dove ogni valle ha il suo formaggio e ogni borgo il suo salume. Abbiamo migliaia di aziende di catering, chef stellati che non si contano, tradizioni gastronomiche che fanno invidia al mondo intero. Eppure per Cortina – Cortina! – non si trova nessuno? Bisogna attraversare il confine e andare in Slovenia?

La giustificazione ufficiale è magistrale nel suo candore: Lubiana è “più vicina a Cortina di Milano”. Certo, e allora? Anche l’Austria è vicina, facciamo preparare i canederli a Vienna? Il punto non è la distanza chilometrica, è che quando vendi un prodotto come “Made in Italy” dovresti avere l’accortezza – diciamo pure il buon senso – di mantenere la promessa. Soprattutto se hai piazzato un ministero dedicato alla “sovranità alimentare” e passi le giornate a decantare le eccellenze tricolori.

Il ministro Lollobrigida, messo alle strette, si difende con la strategia del “non è colpa nostra”: la scelta sarebbe del Comitato Olimpico Internazionale, “esula dalle decisioni italiane”. Scusa comoda ma poco convincente. On Location è il provider scelto dagli organizzatori per gestire l’hospitality, mica è calato dal cielo con un paracadute svizzero. E le scelte sui fornitori le fanno loro, non il CIO che da Losanna detta il menu. Se avessero voluto imporre il Made in Italy nelle clausole contrattuali, avrebbero potuto farlo. Evidentemente non era una priorità.

Il bello – si fa per dire – è il contrasto tra le parole e i fatti. Casa Italia funziona benissimo, gli atleti stranieri elogiano la cucina, i ristoratori italiani fanno bella figura. Tutto giusto, tutto meritato. Ma quella è la parte “di rappresentanza”, quella dove lo Stato ci mette la faccia direttamente. Quando invece si passa al business, ai soldi veri, ai pacchetti da migliaia di euro per signori disposti a pagare oro per vedere le gare con champagne e tartare, lì l’Italia scompare. Rimane solo la location, il panorama dolomitico, la cartolina. Il resto lo fa qualcun altro.

On Location rassicura: Jezeršek usa prodotti italiani e assume chef italiani. Perfetto, ci mancava solo che importassero anche le materie prime dalla Croazia. Ma il punto resta: se ti vendo “l’autentica ospitalità alpina italiana” e poi l’azienda che materialmente la realizza è straniera, qualcosa non quadra. È come vendere una Ferrari assemblata in Romania con bulloni italiani: tecnicamente puoi dire che i pezzi sono nostri, ma la sostanza è un’altra.

Luca Zaia, che dell’identità veneta ha fatto una bandiera politica, tace. Forse sta ancora metabolizzando la notizia, forse sta cercando le parole giuste, forse semplicemente ha deciso che alcune battaglie è meglio non combatterle. Certo è che vedere la Slovenia gestire la ristorazione olimpica a Cortina deve bruciare parecchio, soprattutto per chi ha costruito la propria fortuna elettorale sull’orgoglio territoriale.

Raspelli, nella sua crociata gastronomica, ha evocato persino il nonno carabiniere e il padre che nascondeva ebrei durante il fascismo, quasi a dire: guardate che io di tricolore ne ho visto abbastanza per capire quando viene sventolato a sproposito. Non è xenofobia, è pretendere coerenza. Se fai le Olimpiadi in Italia e le usi per promuovere il brand nazionale, almeno abbi la decenza di rispettare ciò che prometti ai clienti.

La verità è che questa vicenda racconta molto di più di un appalto finito male. Racconta di un Paese che sa vendersi benissimo a parole ma fa fatica a valorizzare le proprie eccellenze quando arrivano i soldi veri. Racconta di istituzioni che preferiscono lavarsi le mani piuttosto che assumersi responsabilità. Racconta di un sistema che festeggia il Made in Italy nei convegni ministeriali ma poi, quando si tratta di farlo funzionare davvero, lascia spazio a chi è più organizzato, più veloce, più pragmatico. Anche se viene da Lubiana.

E alla fine resta l’immagine paradossale di Raspelli che trova le risposte interrogando un’intelligenza artificiale, mentre gli uffici stampa ufficiali lo lasciano in attesa. Forse è questo il vero simbolo delle Olimpiadi italiane 2026: tanta retorica, qualche eccellenza autentica, e poi il solito caos dove nessuno sa o vuole dire come stanno veramente le cose. Almeno fino a quando qualcuno non comincia a fare domande scomode.