La Procura indaga per caporalato: compensi fino all’80% sotto i minimi, geolocalizzazione costante e condizioni di lavoro ritenute lesive della dignità.
Milano – Dodici ore al giorno in sella a una bici elettrica tra Duomo e Stazione Centrale. A fine mese, 800 euro. Forse 900, se va bene. È la vita dei rider di Glovo secondo l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato al commissariamento d’urgenza di Foodinho, la società italiana del colosso spagnolo.
Il Pm Paolo Storari ha nominato un amministratore giudiziario, il commercialista Andrea Adriano Romanò, per mettere mano a quello che gli investigatori definiscono un sistema di “caporalato digitale”. Nel mirino ci sono le condizioni di lavoro di 40mila persone in tutta Italia, di cui 2mila solo nel capoluogo lombardo.
Il meccanismo contestato dalla Direzione distrettuale antimafia è tanto semplice quanto efficace: sulla carta i rider sono lavoratori autonomi con partita IVA in regime forfettario. Nella realtà, secondo l’accusa, sono controllati come dipendenti. L’algoritmo della piattaforma sa sempre dove si trovano, quanto sono veloci, quante consegne fanno. E in base a questi parametri decide quanto pagarli.
“Sono sempre geolocalizzato tramite l’app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede”, ha raccontato uno dei fattorini sentiti dagli inquirenti. Il compenso? “Tra 2,50 e 3,70 euro a consegna”.
L’analisi della Procura parla chiaro. Tre quarti dei ciclofattorini esaminati guadagna meno della soglia di povertà. In media mancano 5mila euro lordi all’anno per raggiungere quel minimo. Ma c’è di peggio: confrontando le buste paga con i contratti collettivi nazionali, l’87,5% risulta sottopagato. In alcuni casi la differenza supera i 12mila euro annui.
Tradotto in percentuali: stipendi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto a quanto previsto dai contratti. Per chi pedala rischiando la vita nel traffico milanese, significa vivere al limite.
L’amministratore delegato di Foodinho è indagato per caporalato. L’accusa: aver sfruttato lo stato di bisogno dei lavoratori, molti dei quali stranieri che cercano di mandare soldi alle famiglie nei paesi d’origine. Anche la società risponde di responsabilità amministrativa per aver costruito un modello organizzativo “palesemente contrario al principio di legalità”.
Il provvedimento d’urgenza punta dritto: garantire salari dignitosi, regolarizzare i lavoratori, smantellare un sistema che gli inquirenti considerano studiato a tavolino per fare profitti sulla pelle di chi fatica.
Il delivery è già finito nel mirino della giustizia. Nel 2021 un’inchiesta aveva portato al riconoscimento di tutele per 60mila rider. L’anno dopo è emerso il fenomeno degli account “in affitto”: profili creati con documenti falsi e poi ceduti ai veri fattorini in cambio di una percentuale sul guadagno giornaliero. Una forma di caporalato 2.0 che sfrutta le maglie larghe delle piattaforme digitali.