Il massacro di San Lorenzo del Vallo

Un parcheggio conteso, un colpo di pistola fatale, poi la furia cieca della faida. La strage del 16 febbraio 2011 che cancellò due vite innocenti.

Cosenza – Ci sono sere in cui il destino decide tutto in base a dove ti trovi. Gaetano De Marco quella sera del 16 febbraio dormiva dalla parte sbagliata della casa. O forse da quella giusta, dipende dai punti di vista. Mentre sua moglie Rosellina Indrieri e la figlia Barbara stavano in salotto, lui russava ignaro in camera da letto. I sicari che sfondarono la porta non lo videro mai. Entrarono, massacrarono, uscirono. Lui continuò a dormire. Un miracolo? Una beffa? Entrambe le cose, visto che cinquantadue giorni dopo lo avrebbero ammazzato comunque.

Tutto nasce da un contendere che diventa ossessione. Spezzano Albanese, gennaio 2011. Due botteghe adiacenti, due uomini che si detestano. Il primo è Domenico Presta, ventidue anni appena compiuti, venditore di vestiti, cognome ingombrante: papà Franco è un boss latitante della ‘ndrangheta locale. Il secondo è Aldo De Marco, quarantenne che aggiusta televisori e lavatrici, ormai esasperato da mesi di prepotenze. Il pretesto? Un dannato parcheggio conteso come se fosse oro.

Il 17 gennaio la tensione esplode. Aldo tira fuori una calibro 22 che teneva nascosta proprio per questa eventualità. Due colpi. Uno perfora il polmone del ragazzo. Domenico crolla, muore quasi subito. Aldo chiama i carabinieri e si consegna. Fine della storia? Macché. Nella ‘ndrangheta la morte innesca automaticamente un debito di sangue. E quel debito viene riscosso con gli interessi.

I clan ragionano con simbolismi ossessivi. Un mese esatto dalla morte di Domenico, scatta l’ora X. È mercoledì 16 febbraio 2011, circa le venti. In tutta Italia si guarda la televisione: c’è il Festival di Sanremo. Nella palazzina dei De Marco a San Lorenzo del Vallo, Rosellina e Barbara sono proprio davanti allo schermo. Il figlio Silas è con loro. Stanno vivendo gli ultimi minuti di normalità delle loro esistenze.

Il commando – almeno tre uomini, forse quattro – non bussa. Sfonda la porta. Letteralmente. Due fucilate alla serratura, una pedata brutale e la porta cede. Poi inizia il tiro al bersaglio. Hanno portato un arsenale da guerra: fucili a canna liscia calibro 12, una pistola americana grossa come un mattone, persino una mitraglietta automatica. Non stanno cercando di uccidere qualcuno. Stanno cercando di cancellare una famiglia.

Rosellina viene raggiunta dentro casa. Non ha tempo di capire, di reagire, forse nemmeno di aver paura. Barbara invece intuisce subito il pericolo e corre verso il balcone. È giovane, è veloce, pensa di poter scavalcare, saltare, sparire nel buio. Ma i killer la inseguono. La raggiungono proprio mentre sta per scavalcare la ringhiera. Gli spari la inchiodano lì, sospesa tra la vita e il vuoto. L’immagine di quella ragazza crivellata mentre cerca disperatamente di salvarsi diventerà il simbolo di tutta la vicenda. Una fuga verso la libertà stroncata dal piombo della vendetta mafiosa.

Silas si becca quattro pallottole. Spalla devastata, bacino fratturato. Cade. E in quel momento di lucidità estrema che solo il terrore può regalare, fa la scelta che gli salverà la vita: si immobilizza completamente. Finge di essere morto. Trattiene il fiato mentre sente i passi dei killer che girano per casa, controllano, verificano. Poi se ne vanno. E lui resta lì, nel silenzio surreale che segue ogni massacro, circondato dai corpi inermi di sua madre e sua sorella.

Il paradosso è che hanno sbagliato tutto. Gaetano – il vero bersaglio, fratello di Aldo – non era nemmeno in quella stanza. Dormiva dall’altra parte dell’appartamento. I killer non lo hanno cercato abbastanza, oppure hanno pensato che non ci fosse. Errore tattico imperdonabile. Ma la ‘ndrangheta è paziente. Aspetta. E il 7 aprile, mentre Gaetano viaggia in macchina credendo ormai di essere al sicuro, lo intercettano nei pressi di Spezzano Albanese e lo giustiziano. Missione compiuta, famiglia estinta.

Silas De Marco passa settimane in ospedale. Operazioni, medicazioni, dolori fisici che sono nulla rispetto a quelli psicologici. Ha visto morire sua madre e sua sorella. Ha sentito suo padre venire ammazzato dopo. Tutto per una lite sul parcheggio. Quando i carabinieri gli chiedono se ha riconosciuto qualcuno, lui inizialmente tace. Poi cambia idea. Forse è la rabbia, forse la consapevolezza che il silenzio non gli restituirà i suoi morti. Inizia a parlare.

Le sue dichiarazioni sono chirurgiche. Nomi, dettagli, dinamiche. Grazie a lui, nel settembre 2012 vengono arrestati Domenico Scarola e Francesco Salvatore Scorza. Amici intimi del Domenico ucciso, sodali della cosca della Valle dell’Esaro, bracci armati della vendetta. Il processo è veloce: primo grado ergastolo, appello ergastolo, Cassazione nel 2017 ergastolo confermato. Due ergastoli definitivi. Ma la matematica non torna.

I periti incaricati dalla DDA di Catanzaro, il professor Di Mizio e dottor Gentile, passano mesi a esaminare bossoli, traiettorie, impatti. Il referto finale è un documento di sessantatré pagine che dice una cosa inequivocabile: sulla scena del crimine hanno sparato almeno tre persone diverse. Quattro armi differenti utilizzate, angolazioni incompatibili con due soli tiratori. Nell’ordinanza di custodia cautelare, il giudice Macrì scrive testualmente che Scarola e Scorza hanno agito “con persone rimaste ignote”. Traduzione: ci sono killer fantasma ancora in circolazione.

Chi erano? Perché non sono mai stati identificati? Silas li ha visti ma non li conosceva? Oppure li conosceva troppo bene e ha scelto di proteggere qualcuno? Il mistero resta irrisolto. Almeno fino a quando non entra in scena un nuovo protagonista.

Roberto Presta decide di collaborare con la giustizia nel 2021, dieci anni dopo la strage. Non è uno qualunque: è il cugino del boss Franco (padre di Domenico) e fratello di Antonio, considerato uno dei capi operativi del clan. Uno che sa tutto, ha visto tutto, probabilmente ha organizzato tutto. Quando inizia a parlare, porta i magistrati a scoprire arsenali nascosti nelle campagne: fucili, pistole, granate. Roba da guerriglia.

E sulla strage di San Lorenzo? Cosa dice Roberto Presta? Ufficialmente non si sa, i verbali sono coperti dal segreto. Ma è ragionevole pensare che un uomo del suo calibro conosca i nomi dei killer fantasma. Forse li ha già fatti, quei nomi. Forse tra qualche mese arriveranno nuovi mandati di arresto. O forse no. La ‘ndrangheta protegge i suoi segreti meglio di qualsiasi cassaforte.

San Lorenzo del Vallo è uno di quei posti dove tutti conoscono tutti. Quando succede una tragedia del genere, il tessuto sociale si lacera. Barbara frequentava le medie, era una ragazza normale con sogni normali. Dopo la sua morte i compagni hanno raccolto i suoi quaderni. Dentro c’erano componimenti sulla pace, sulla speranza, sulla convivenza. Parole che oggi suonano come un epitaffio beffardo.

Silas vive sotto protezione. Ha tradito la legge del silenzio e pagato il prezzo più alto: l’esilio perpetuo dalla sua terra ma ha impedito che quella carneficina restasse impunita. Anche se i fantasmi – quelli che hanno sparato e non hanno un nome – continuano a camminare liberi nella Valle dell’Esaro, protetti dall’omertà, nascosti nel sottobosco della ‘ndrangheta. E nessuno sa quando e se qualcuno avrà il coraggio di indicarli.