Sbaglia il civico nella chiamata al 112 e i soccorsi arrivano troppo tardi

Quando i sanitari sono arrivati a casa, la famiglia era già stata sopraffatta dal monossido sprigionato dall’impianto di riscaldamento.

Lucca – Il telefono del 112 squilla alle 20 in punto di mercoledì sera. Dall’altra parte c’è un ragazzo in preda al panico. Sua sorella non si muove più, i genitori stanno crollando uno dopo l’altro come in un domino. Hajdar Kola, 22 anni, riesce a malapena a pronunciare un indirizzo prima che anche lui venga inghiottito dal buio. “Via Galgani 168”, sussurra. Poi il nulla. Ma quell’indirizzo è un miraggio: la sua casa sta tre numeri e trecento metri più in là, al civico 186 di via Galgani a Rughi, provincia di Lucca. Un errore da niente, che costerà tutto.

I sanitari corrono. Arrivano in tempi record al civico indicato. Ma lì non c’è nessuna emergenza, nessun dramma in corso. Solo porte chiuse e finestre illuminate di vita normale. Ripartono, bussano altrove, rilanciano alla centrale. Tentano la geolocalizzazione satellitare del cellulare ma nulla. Il GPS non riesce a fornire coordinate precise. E mentre fuori si moltiplicano le ricerche sempre più frenetiche, dentro quella villetta a pochi isolati di distanza il monossido di carbonio fa il suo lavoro perfetto: avvelena senza lasciare tracce, senza dare segnali, senza concedere scampo.

Ci vogliono i carabinieri, l’analisi dei tabulati telefonici, l’intervento di uno zio che abita in zona. Le lancette hanno quasi completato due giri quando finalmente qualcuno spalanca l’ingresso giusto. Sono le 21.45, forse anche più tardi. Il quadro domestico è agghiacciante nella sua normalità: la tavola imbandita, le sedie vuote, il cibo che attende commensali che non scenderanno mai più. Al piano di sopra, ammassati nella stanzetta della quindicenne, quattro corpi ancora caldi.

L’atmosfera è letale anche per chi arriva adesso. Militari, volontari, parenti: tutti vengono travolti da sintomi immediati. Giramenti di testa violenti, respiro che si blocca, gambe che non reggono. Il pronto soccorso si riempie di intossicati. Lo zio Durim resiste a stento, passa la notte attaccato alle flebo. Quando torna a casa è un uomo distrutto: “Volevo salvarli”, ripete. Ma era già troppo tardi. In paese, la nonna dei ragazzi crolla quando le comunicano che ha perso figlio, nuora e due nipoti in un colpo solo.

Dall’Albania alla Grecia, dalla Grecia alla provincia di Lucca dove il settore della carta offre ancora possibilità. Arti aveva messo da parte ogni centesimo lavorando con vernici e solventi, Jonida accudiva la casa, Hajdar si era formato come tecnico specializzato, Jessica divorava libri di scuola con l’entusiasmo di chi vuole costruirsi un destino diverso. Cinque mesi prima avevano firmato il rogito: finalmente proprietari, finalmente padroni di quattro muri propri. L’abitazione andava ancora sistemata, mancavano rifiniture, ma era la loro conquista. Tranne che qualcosa, in quell’impianto di riscaldamento appena montato, non funzionava come doveva.

La Procura di Lucca ha sigillato tutto: stanze, tubature, caldaia. Quest’ultima è recentissima, installata da poco, posizionata all’interno dell’edificio. Il monossido di carbonio è uscito da lì, questo è certo. Ma perché? Gli investigatori dovranno stabilire se si è trattato di una posa errata, di componenti difettosi, di condotti mal collegati. Fondamentale sarà capire chi ha messo le mani sull’impianto: tecnici certificati o improvvisazione casalinga? La differenza non è solo giuridica, è la linea tra competenza e tragedia annunciata.