Cristina Mazzotti, ergastolo ai boss della ‘ndrangheta

Condannati Calabrò e Latella per l’omicidio della diciottenne rapita nel 1975 e trovata morta in una discarica. Assolto il terzo imputato.

Como – Cinquant’anni per arrivare alla verità. Mezzo secolo di silenzio, omertà, indagini che sembravano morte e sepolte come Cristina Mazzotti, la studentessa diciottenne rapita dalla ‘ndrangheta la sera del 30 giugno 1975 in Brianza e ritrovata senza vita due mesi dopo in una discarica di Galliate, nel Novarese. Oggi la Corte d’Assise di Como ha scritto la parola fine condannando all’ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Assolto invece Antonio Talia “per non aver commesso il fatto”. Il sequestro di persona non è stato giudicato perché estinto per prescrizione.

Cristina Mazzotti non fu solo una vittima. Fu un simbolo, un punto di svolta nella strategia criminale della ‘ndrangheta in Lombardia. Prima di lei, i rapimenti colpivano imprenditori, commercianti, uomini. Con la giovane studentessa cambiò tutto: per la prima volta una donna diventò “merce di scambio”, come l’hanno definita i Pm della Dda di Milano Cecilia Vassena e Pasquale Addesso nella loro requisitoria. “A chi organizzava questi crimini non importava niente della vittima. La morte era una possibilità messa in conto. La vita non valeva niente”.

Il corpo di Cristina raccontò una storia di orrore che ancora oggi mette i brividi. Segregata in una buca a Castelletto Ticino, senza aria sufficiente, impossibilitata a muoversi, imbottita di tranquillanti ed eccitanti che alternavano stati di torpore e agitazione. “Quello che ha dovuto subire rientra pienamente nel concetto di tortura”, hanno sottolineato i magistrati. “Definire drammatico il suo omicidio è riduttivo”.

La sentenza segna molto più di una condanna. Rappresenta “il crollo dell’impunità” di Giuseppe Calabrò, considerato capo indiscusso della ‘ndrangheta lombarda, e di Demetrio Latella. Lo ha sottolineato l’avvocato Fabio Repici, legale di Marina e Vittorio Mazzotti, sorella e fratello di Cristina: “È una pagina di grande dignità della giurisdizione. Rende omaggio alla memoria di Cristina e al dolore dei congiunti”.

Ma questa vittoria ha un nome preciso: la famiglia Mazzotti. Sono stati loro a non arrendersi, a continuare a scavare quando tutti sembravano aver dimenticato. Nel 1977 erano stati pronunciati diversi ergastoli per il sequestro, ma l’omicidio era rimasto senza colpevoli. Poi, nel 2006, una svolta inaspettata: un’impronta digitale sulla Mini dove Cristina era seduta la sera del rapimento venne attribuita a Latella. Un dettaglio cruciale che però da solo non bastava.

La famiglia Mazzotti, assistita dall’avvocato Repici, bussò alla porta della Procura di Milano con un messaggio netto: “Svegliatevi, dovete mettere insieme i pezzi”. I Pm raccolsero l’invito e ricostruirono il puzzle utilizzando non solo l’impronta digitale, ma anche le “dichiarazioni autoaccusatorie di Latella”, testimonianze accumulate negli anni e accertamenti tecnici mai valorizzati appieno. “Questo processo nasce dalla perseveranza di chi ha indagato per decenni, ma anche dalla perseveranza di chi difende le vittime”, hanno riconosciuto pubblicamente i magistrati.

Calabrò, Talia e Latella sono ritenuti gli esecutori materiali del rapimento. Durante il dibattimento è morto un altro imputato, Giuseppe Morabito, portando con sé segreti che forse non conosceremo mai.

La Corte ha disposto che Marina e Vittorio Mazzotti vengano risarciti in separata sede civile da Calabrò e Latella. Ma ha aggiunto un elemento simbolico potente: la sentenza dovrà essere affissa nei Comuni di Como, Eupilio e Castelletto Ticino. Un modo per trasformare la giustizia individuale in memoria collettiva, per ricordare pubblicamente che anche dopo cinquant’anni chi uccide può essere chiamato a rispondere delle sue azioni.