Tre giudici di pace sospesi e quattro avvocati interdetti o ai domiciliari. Sequestrati 300mila euro. Sentenze compiacenti in cambio di denaro per sinistri inesistenti.
Caserta – Una macchina ben oliata per trasformare incidenti mai avvenuti in sentenze reali e risarcimenti milionari. Si è conclusa con sette misure cautelari l’operazione che ha smantellato un’organizzazione dedita alle truffe assicurative nel casertano, dove gli avvocati pagavano i giudici di pace per ottenere verdetti favorevoli su sinistri completamente inventati.
L’inchiesta della Procura di Roma, eseguita da Squadra Mobile e Guardia di Finanza di Caserta, ha fatto emergere un patto criminale che legava il foro sammaritano a un giro di affari stimato in circa 2 milioni di euro.
Nel mirino degli inquirenti sono finiti tre giudici di pace – Rodosindo Martone (68 anni, di Caserta), Bruno D’Urso (58 anni, in quiescenza) e Maria Gaetana Fulgeri (60 anni) – e quattro avvocati: Giuseppe Longo (37 anni, del foro di Santa Maria Capua Vetere), Michele Zagaria, Michele Chirico e Vincenzo Castaldo. Tutti sono gravemente indiziati di corruzione nell’ambito di un articolato meccanismo fraudolento che avrebbe fruttato circa 2 milioni di euro.
Al centro della rete criminale gli investigatori hanno individuato l’avvocato Giuseppe Longo, classe 1987, considerato il presunto regista dell’intera operazione. Nei suoi confronti il Gip ha disposto la misura più grave: gli arresti domiciliari. Stando a quanto emerso, il suo ruolo era quello di gestire ogni fase del processo fraudolento, dalla simulazione dell’incidente fino all’ottenimento del risarcimento.
Longo e gli altri legali coinvolti avevano costruito una rete di complicità che includeva consulenti tecnici nominati dai giudici, dai quali ottenevano perizie favorevoli e gonfiate, medici legali e rappresentanti delle compagnie assicurative. Ma il tassello fondamentale era il controllo diretto di alcuni giudici di pace, corrotti per garantire sentenze compiacenti.
Il punto cruciale dell’inchiesta riguarda proprio il presunto coinvolgimento dei tre magistrati onorari. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i giudici di pace avrebbero ricevuto somme di denaro, regali, preziosi e beni di lusso in cambio dell’emissione di sentenze favorevoli agli avvocati corruttori. Le decisioni giudiziarie accoglievano sistematicamente le richieste di risarcimento per danni fisici e morali derivanti da sinistri in realtà mai accaduti.
L’analisi degli investigatori della Squadra Mobile di Caserta e del Nucleo di polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza ha evidenziato schemi ripetitivi e anomalie sistematiche. Nonostante i sinistri fossero formalmente distinti per epoca, luogo e persone coinvolte, presentavano dinamiche sospettosamente identiche.
Il copione si ripeteva con variazioni minime: un pedone investito sulle strisce, un ciclista travolto (a volte perfino in tandem), lesioni certificate, perizie mediche compiacenti. E, particolare mai casuale, nessun agente di polizia presente sul luogo dell’incidente a verificare la versione dei fatti.
Gli investigatori hanno notato che ogni sinistro denunciato, pur cambiando protagonisti e location tra il basso casertano e l’area vesuviana, seguiva uno schema identico. Troppo identico per essere casuale. La regia era sempre la stessa: avvocati che controllavano l’intera catena, dai consulenti tecnici ai medici legali, fino ai rappresentanti delle assicurazioni.
Il sistema funzionava su uno sfruttamento piramidale. In fondo alla scala, i figuranti che fingevano di essere stati investiti ricevevano cifre ridicole: tra 100 e 150 euro a testa. Gli inquirenti li descrivono come persone “al limite del disperato”, disposte a prestarsi per pochi spiccioli.
In cima alla piramide, invece, gli avvocati organizzatori moltiplicavano i guadagni grazie a un doppio inganno: non solo l’incidente era finto, ma anche il danno veniva gonfiato artificiosamente attraverso perizie di comodo. Risultato: risarcimenti da migliaia di euro per ogni operazione, con i giudici corrotti che garantivano l’approvazione finale.
Il Gip ha disposto la sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio per un anno nei confronti dei tre giudici di pace Martone, D’Urso e Fulgeri. Per tre avvocati – Michele Zagaria, Michele Chirico e Vincenzo Castaldo – è scattato il divieto temporaneo di esercitare la professione, sempre della durata di dodici mesi. Per Giuseppe Longo, ritenuto l’organizzatore principale, sono stati disposti gli arresti domiciliari.
A completare il quadro sanzionatorio, gli investigatori hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo di oltre 300mila euro nei confronti di tutti e sette gli indagati. La somma sequestrata corrisponde sostanzialmente ai pagamenti in denaro, ai regali, ai preziosi e ai beni di lusso che i giudici corrotti avrebbero ricevuto per pilotare le sentenze.
L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Roma in quanto competente per i reati che riguardano i magistrati, si concentra sul filone relativo alla presunta corruzione dei giudici di pace. Ma questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Gli inquirenti hanno fatto sapere che ulteriori filoni investigativi sono ancora aperti, lasciando intendere che il fenomeno potrebbe essere più esteso di quanto emerso finora.