La riformulazione di Bongiorno cambia il testo approvato alla Camera. Opposizioni critiche: “Onere della prova sulle vittime”
Roma – La normativa contro la violenza di genere subisce una trasformazione significativa nel passaggio parlamentare. Il documento rielaborato da Giulia Bongiorno, a capo della commissione giustizia del Senato, elimina il riferimento al “consenso libero e attuale” sostituendolo con il concetto di “dissenso”. Una modifica che stravolge l’impianto del provvedimento già votato favorevolmente e in modo unanime dalla Camera dei deputati.
Il testo rivisto stabilisce che occorre verificare “la volontà contraria all’atto sessuale” considerando “la situazione e il contesto in cui il fatto è commesso”. La norma chiarisce inoltre che si configura una violazione quando l’atto avviene “a sorpresa” o “approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”.
Lo scorso novembre il disegno di legge aveva ottenuto il via libera all’unanimità a Montecitorio, risultato di un accordo tra forze politiche diverse reso possibile dall’interlocuzione diretta tra la presidente del Consiglio Meloni e la leader del Partito Democratico Schlein. Tuttavia, una volta arrivato al Senato, il provvedimento si è arenato per le perplessità manifestate da esponenti della coalizione governativa.
Durissima la posizione espressa da Ilaria Cucchi, senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra: “Non possiamo accettare questa proposta. L’approccio di Bongiorno e della maggioranza scarica sulle vittime di violenza il peso di giustificare perché non abbiano opposto resistenza o espresso un rifiuto sufficientemente chiaro. Non basta forse il trauma già subito? L’esistenza o meno del consenso a un rapporto intimo è un dato oggettivo, non qualcosa da interpretare volta per volta. Una normativa sulla violenza sessuale deve tutelare chi la subisce, non fornire scappatoie a chi la perpetra”.
La senatrice ha poi rincarato: “Il principio del consenso libero e attuale rappresenta un progresso culturale fondamentale, capace di rovesciare anni di pregiudizi che hanno addossato colpe alle donne anziché a chi le aggredisce. La premier ha voluto associare pubblicamente la sua immagine a questa riforma, e adesso rischia di comprometterla”.