Software spia sui computer della magistratura: l’inchiesta di Report

Installato su 40mila dispositivi dell’amministrazione giudiziaria un programma che consente l’accesso remoto senza lasciare tracce.

Roma – Una bomba giornalistica sta (forse) per esplodere nel panorama politico italiano. La trasmissione d’inchiesta di Sigfrido Ranucci, in programmazione domenica su Rai3, è pronta a svelare dettagli esplosivi su un sistema di sorveglianza digitale che interesserebbe l’intero apparato giudiziario nazionale.

Al centro dello scandalo c’è un presunto programma informatico di casa Microsoft, denominato ECM/SCCM, che sarebbe operativo su decine di migliaia di postazioni di lavoro distribuite in tutto il sistema giudiziario italiano. Parliamo di una cifra impressionante: circa quarantamila dispositivi utilizzati quotidianamente da personale amministrativo, funzionari, giudici e pubblici ministeri.

La particolarità di questo strumento risiede nella sua natura: originariamente sviluppato per ambienti commerciali a bassa criticità, si pensi a chioschi informativi o casse automatiche della grande distribuzione, si ritrova invece installato su computer che gestiscono indagini riservate, procedimenti penali e informazioni coperte dal massimo segreto.

Ciò che rende esplosiva la questione sono le capacità tecniche del software. Secondo quanto anticipa l’inchiesta televisiva, il programma permetterebbe a chi possiede i giusti privilegi di accesso di visualizzare da remoto ciò che accade sui monitor dei magistrati, potenzialmente spiando ogni loro attività professionale. E la parte più allarmante? Questa sorveglianza potrebbe avvenire in modalità “invisibile”, senza generare log o registrazioni che documentino l’intrusione.

Sebbene per impostazione standard tale funzione risulti disabilitata, basterebbe l’intervento di un amministratore di sistema per attivarla segretamente, trasformando ogni postazione in un potenziale bersaglio di spionaggio istituzionale.

L’installazione massiccia risalirebbe a cinque anni fa, quando – stando alle informazioni raccolte da Report i responsabili tecnici del dicastero avrebbero disseminato il software attraverso l’intera rete giudiziaria nazionale. L’operazione sarebbe stata condotta senza informare il vertice politico dell’epoca, l’allora ministro Alfonso Bonafede.

Una testimonianza raccolta dall’inchiesta descrive uno scenario da Grande Fratello giudiziario: magistrati che credono di lavorare in totale riservatezza mentre elaborano sentenze o conducono inchieste delicate, ignari della possibilità che qualcuno possa osservare ogni loro movimento digitale dall’alba al tramonto.

Secondo gli elementi in possesso del programma televisivo, nell’anno appena trascorso una Procura della Repubblica avrebbe sollevato il velo su questa situazione anomala, innescando una reazione a catena. Tuttavia, sempre secondo le fonti dell’inchiesta, vertici ministeriali avrebbero agito per contenere la questione, su sollecitazione che proverrebbe direttamente da Palazzo Chigi.

Report annuncia di possedere materiale documentale e registrazioni che contraddicono le versioni ufficiali fornite dalle istituzioni coinvolte, promettendo di renderle pubbliche nella puntata di domenica.

L’anticipazione del servizio giornalistico ha già innescato reazioni veementi nel dibattito parlamentare. Debora Serracchiani, figura di spicco del Partito Democratico con delega ai temi della giustizia, non ha usato mezzi termini nel commentare le indiscrezioni.

La parlamentare ha inquadrato la vicenda come una potenziale minaccia agli equilibri costituzionali del paese, evocando violazioni della separazione dei poteri e compromissione della sicurezza dello Stato. L’eventualità che le indagini dei pubblici ministeri, i fascicoli processuali e le deliberazioni dei giudici possano essere stati oggetto di monitoraggio esterno rappresenterebbe, secondo l’opposizione, uno strappo intollerabile al principio dell’autonomia della magistratura.

Serracchiani ha lanciato un ultimatum all’esecutivo: la premier Giorgia Meloni dovrebbe presentarsi nelle aule parlamentari per fornire spiegazioni dettagliate sulla vicenda. Qualora le rivelazioni trovassero riscontro, il Partito Democratico chiede niente meno che le dimissioni immediate del Guardasigilli Carlo Nordio.

“Accuse surreali in merito alle anticipazioni su Report; l’infrastruttura usata negli uffici giudiziari è lo stesso sistema di gestione e sicurezza dei pc già in funzione dal 2019, come certamente potranno confermare i Ministri che mi hanno preceduto” la replica immediata di Nordio.