Omicidio Ciriaco, la Cassazione chiude il caso: nessun responsabile

Dichiarato inammissibile il ricorso contro l’assoluzione dell’ultimo imputato. L’agguato del 2002 a Lamezia Terme resta senza colpevoli accertati.

Lamezia Terme – Ventitré anni dopo l’agguato che costò la vita all’avvocato Torquato Ciriaco, la giustizia italiana si arrende: la Suprema Corte ha posto la parola fine al procedimento giudiziario senza individuare responsabili. La decisione dei giudici di Roma ha reso definitiva l’assoluzione di Francesco Michienzi, pentito di mafia che era rimasto l’unico indagato.

Era il primo giorno di marzo quando il professionista cinquantacinquenne venne trucidato sulla strada che collega Lamezia Terme a Cortale. Lasciato lo studio in tarda serata, stava facendo rientro a casa, quando la sua vettura venne presa di mira da una scarica di fucilate. Il veicolo si schiantò violentemente contro un muretto: per l’avvocato non ci fu scampo.

Fin dalle prime ore successive al delitto, gli inquirenti orientarono le indagini verso la pista mafiosa. Ciriaco non era un penalista qualunque: seguiva dossier scottanti in un’area in cui interessi economici e criminalità si intrecciano pericolosamente.

La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aprì più fronti d’indagine. Gli investigatori scavarono negli appalti per i lavori autostradali della Salerno-Reggio Calabria e in una controversia legata all’apertura di una sala Bingo nel cuore della città.

Ma fu soprattutto la questione di una cava a catalizzare l’attenzione degli inquirenti. Secondo la ricostruzione accusatoria, basata anche sui racconti di collaboratori pentiti, il legale sarebbe stato eliminato perché si opponeva fermamente a che quel sito finisse nelle mani sbagliate. Un’operazione immobiliare che interessava direttamente clan mafiosi del territorio, in particolare le cosche Anello di Filadelfia e Fruci di Acconia.

Francesco Michienzi, divenuto collaboratore di giustizia, aveva fornito una versione dettagliata dell’omicidio, indicando come presunti mandanti figure di spicco della ‘ndrangheta locale: Tommaso Anello e i fratelli Vincenzo e Giuseppe Fruci. Secondo il suo racconto, Ciriaco rappresentava un ostacolo insormontabile per affari ritenuti vitali dalla criminalità organizzata.

Tuttavia, le aule di giustizia hanno progressivamente smontato questa impalcatura accusatoria. I fratelli Fruci, pur condannati a trent’anni in appello, hanno visto la Cassazione annullare la sentenza. Nei giudizi successivi, le prove si sono rivelate insufficienti e sono stati scagionati.

Anche Tommaso Anello ha ottenuto l’assoluzione in entrambi i gradi di giudizio, decisione divenuta irrevocabile da tempo. Persino la posizione di Angela Donato, madre di un giovane scomparso nei mesi seguenti all’agguato, è stata vagliata senza portare a condanne definitive.

Giulia Serra, vedova del professionista e madre delle sue sei figlie, ha parlato pubblicamente a febbraio dello scorso anno. Le sue parole hanno restituito il clima di paura vissuto dal marito nei mesi precedenti alla morte: “Era un uomo che non scendeva a patti”, ha raccontato, riferendo di minacce continue e di una crescente consapevolezza del pericolo.

Serra ha rivelato che il coniuge le aveva lasciato istruzioni precise, parlando esplicitamente del rischio di un attentato e chiedendole di proteggere la figlia. “So chi ha ucciso mio marito”, ha affermato con amarezza, “ma non posso dimostrarlo davanti a un giudice. Le prove esistono, ma qualcuno non vuole che emergano”.

Con la pronuncia della Cassazione, si cristallizza una situazione paradossale: un delitto accertato, una ricostruzione investigativa articolata, ma nessuna responsabilità penale definitivamente accertata. Il principio della prova oltre ogni ragionevole dubbio, cardine del processo penale, ha prevalso sulle ipotesi accusatorie.

L’omicidio dell’avvocato Ciriaco si aggiunge così alla lunga lista di crimini calabresi rimasti irrisolti, segnando una frattura dolorosa tra le certezze investigative e la verità processuale. A distanza di oltre due decenni, la famiglia continua a chiedere giustizia per un uomo che, oltre alla professione forense, coltivava con dedizione l’azienda agricola di famiglia.