La condanna di Cortese per sequestro di persona scuote le forze dell’ordine e riaccende il dibattito su doveri e tutele.
Roma – Il provvedimento a tre anni di reclusione per sequestro di persona inflitta a Renato Cortese, Maurizio Improta e ad altri tre poliziotti per il caso Shalabayeva continua a suscitare forti reazioni all’interno delle forze dell’ordine. A distanza di dodici anni dall’espulsione della moglie e della figlia di un dissidente kazako, la sentenza viene vissuta come un precedente capace di incidere profondamente sull’operatività quotidiana dei funzionari di polizia.
Tra i condannati figura uno dei dirigenti più noti della polizia di Stato, protagonista di storiche indagini antimafia e oggi direttore centrale della polizia. Proprio per questo, la decisione giudiziaria viene considerata particolarmente pesante anche per le ricadute sulla carriera e sull’intero apparato della sicurezza.
L’Associazione nazionale funzionari di polizia ha scritto ai ministri Piantedosi e Nordio e al capo della Polizia Pisani, esprimendo preoccupazione per una situazione che espone i dirigenti a un doppio rischio: eseguire un ordine e finire sotto processo, oppure non agire ed essere accusati di omissione di atti d’ufficio. Secondo l’associazione, l’intervento contestato rientrava in un obbligo giuridico legato ai controlli su un latitante internazionale e all’applicazione delle norme sull’immigrazione.
I funzionari sottolineano come decisioni prese in tempo reale possano essere giudicate anni dopo con criteri diversi, minando la certezza del diritto e la serenità operativa. Alla vigilia del deposito delle motivazioni della sentenza della Corte d’appello di Firenze, contro cui è annunciato ricorso in Cassazione, l’associazione ribadisce la propria solidarietà ai colleghi e chiede allo Stato maggiore tutela per chi opera quotidianamente nella sicurezza pubblica.