Lodo Mondadori: Strasburgo dà torto a Berlusconi, il processo fu legittimo

La Corte europea conferma: nessuna irregolarità nel risarcimento milionario a De Benedetti. L’unico errore riconosciuto riguarda l’ammontare delle spese legali.

Arriva da Strasburgo l’ennesima sconfitta giudiziaria per Silvio Berlusconi e la sua holding Fininvest nella lunghissima saga legale legata al controllo della Mondadori. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che il processo civile italiano, conclusosi con l’obbligo di versare oltre mezzo miliardo di euro a Carlo De Benedetti, si è svolto nel rispetto delle regole e senza violazioni dei diritti fondamentali. Si chiude così un altro capitolo di una vicenda che dura da quasi quarant’anni.

Alla fine degli anni Ottanta si consumò uno degli scontri più aspri tra i grandi capitani d’industria italiani. La posta in gioco era il controllo della Mondadori, storica casa editrice italiana che rappresentava un asset strategico nel panorama culturale ed economico del Paese. De Benedetti sembrava aver vinto la partita stringendo un patto con la famiglia che deteneva le quote decisive dell’azienda, con l’impegno di cedergliele progressivamente.

Tutto cambiò quando Berlusconi riuscì comunque ad acquisire quelle stesse partecipazioni, mandando all’aria gli accordi precedenti. La questione finì davanti a un collegio arbitrale che stabilì la validità del primo accordo, riconoscendo le ragioni di De Benedetti. Sembrava la fine della storia, ma era solo l’inizio.

Due anni dopo, in un colpo di scena clamoroso, una sentenza della magistratura ordinaria cancellò quella decisione arbitrale. Berlusconi aveva vinto definitivamente e De Benedetti dovette accontentarsi di una spartizione che gli lasciava alcune testate giornalistiche importanti ma non il controllo dell’impero editoriale che aveva cercato di costruire.

Per anni quella sentenza del tribunale romano rimase un fatto giudiziario come tanti altri, finché non esplose lo scandalo. Le indagini rivelarono che quel verdetto era stato ottenuto con metodi illeciti: i magistrati che lo avevano emesso erano stati corrotti con tangenti. Nel 2007 arrivarono le condanne definitive per il giudice coinvolto, per l’avvocato che aveva curato gli interessi di Berlusconi e per altri protagonisti della vicenda.

Quando arrivò il momento della sentenza, troppi anni erano passati e il reato era caduto in prescrizione. Ma nelle motivazioni della sentenza penale emergeva chiaramente il ruolo centrale che aveva avuto nell’intera operazione.

A quel punto si aprì un nuovo fronte. Se quella sentenza era stata comprata, allora l’accordo successivo tra le parti era viziato alla radice. De Benedetti aveva accettato una spartizione svantaggiosa solo perché credeva di aver perso legalmente, mentre in realtà aveva subito un’ingiustizia. Secondo i suoi legali, se le cose fossero andate secondo le regole avrebbe ottenuto molto più di quanto ricevuto.

I tribunali civili italiani gli diedero ragione e stabilirono che Fininvest dovesse versare un risarcimento da capogiro: 541 milioni di euro. Una cifra enorme che rifletteva il valore di ciò che De Benedetti aveva perso a causa di quella sentenza truccata. La condanna divenne definitiva nel 2013 con il sigillo della Cassazione.

Berlusconi e Fininvest non si arresero e provarono la carta europea. L’ex presidente del Consiglio sosteneva che quei processi civili avessero violato un principio sacro: la presunzione di innocenza. I giudici nelle loro sentenze avevano scritto nero su bianco che era impossibile credere che tutto fosse avvenuto senza la sua conoscenza e il suo consenso, che quei soldi erano i suoi e che ne aveva beneficiato. Ma se il processo penale si era chiuso con una prescrizione e non con una condanna, come potevano i giudici civili scrivere cose del genere?

La Corte di Strasburgo ha smontato questa linea difensiva. Secondo i giudici europei, sei su sette concordi, quei magistrati italiani non stavano pronunciando una condanna penale mascherata, ma semplicemente facendo le valutazioni necessarie per decidere sulla questione civile del risarcimento. Non c’era stata nessuna violazione dei diritti fondamentali.

Anche le obiezioni tecniche sollevate da Fininvest sono state respinte quasi interamente. L’unico punto su cui Strasburgo ha dato ragione alla società riguarda un aspetto marginale: le spese processuali erano state fissate a una cifra molto alta senza che i giudici spiegassero adeguatamente come fossero arrivati a quel numero.

La porta non è del tutto chiusa. Esiste ancora la possibilità di rivolgersi alla Grande Camera della Cedu, una sorta di ultimo grado di appello che però viene attivato solo per questioni di straordinaria importanza giuridica. Gli avvocati di Fininvest hanno fatto sapere che valuteranno attentamente se tentare questa strada, pur definendo la sentenza deludente e continuando a sostenere che ci sia stata un’ingiustizia.

Questa vicenda rappresenta uno degli episodi più emblematici della storia giudiziaria italiana degli ultimi decenni. Nata come una normale battaglia commerciale tra grandi gruppi economici, si è trasformata in un caso che ha toccato i temi della corruzione delle istituzioni, dei limiti della prescrizione, del rapporto tra giustizia penale e civile. Una storia che attraversa quattro decenni e che, forse, con questa sentenza europea trova finalmente un punto fermo, anche se non definitivo.