Il Pm aveva indagato su Piazza Fontana, Ordine Nuovo e sulla loggia P2 prima di essere raggiunto da una scarica di colpi a pochi metri da casa.
Roma – Undici gradi di giudizio, quasi vent’anni di processi e alla fine un solo dato certo: chi ha ordinato la morte di Vittorio Occorsio non è mai stato condannato. La sentenza definitiva del 1994 assolve l’ultimo imputato rimasto in piedi dopo una sequenza di annullamenti in Cassazione e nuovi processi celebrati tra Firenze e Bologna. Gli unici colpevoli assicurati alla giustizia sono Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro, gli uomini che la mattina del 10 luglio 1976 aprirono il fuoco sul magistrato, in via Mogadiscio, angolo via del Giuba, mentre si dirigeva in tribunale nel suo ultimo giorno di lavoro prima delle ferie. Da oltre un mese non aveva più la scorta, tolta senza spiegazioni note nemmeno ai familiari, pochi giorni dopo aver interrogato Licio Gelli.
Per capire perché un Pubblico ministero fosse diventato un bersaglio così prioritario per l’estrema destra eversiva bisogna tornare al 12 dicembre 1969, quando l’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana apre quella che verrà definita la strategia della tensione: una sequenza di attentati indiscriminati, spesso attribuibili a gruppi neofascisti ma inizialmente indirizzati su piste depistanti come quella anarchica, pensata per seminare paura tra la popolazione e spingere l’opinione pubblica a invocare un potere più autoritario, capace di “ristabilire l’ordine”.
È il clima in cui Occorsio, da sostituto procuratore, conduce il primo interrogatorio di Pietro Valpreda; le indagini, spostatesi poi sul gruppo neofascista Ordine Nuovo e su settori dei servizi segreti coinvolti nei depistaggi, porteranno a un processo concluso solo decenni dopo con un’assoluzione che gli stessi giudici della Cassazione definiranno storicamente non del tutto convincente. Sarà proprio quella stagione di stragi e trame eversive a segnare, per tutto il decennio successivo, il filo conduttore delle inchieste più delicate condotte dal magistrato.
Fu lo stesso Occorsio, nel 1971, a firmare il mandato di cattura contro Clemente Graziani e altri trentanove membri di Ordine Nuovo per il tentativo di ricostituire il partito fascista: un processo che nel 1973 lo riportò in prima pagina e che coincise con la comparsa, sui muri di Roma, delle prime scritte minatorie firmate con il simbolo dell’ascia bipenne. La condanna arrivò comunque, seguita dallo scioglimento del movimento per decreto del Ministero dell’Interno.
Da aprile 1976 Occorsio allarga il campo alla loggia massonica P2, primo magistrato a farlo, cercando di ricostruire i legami tra terrorismo neofascista, ambienti massonici deviati e resti del vecchio SIFAR, oltre ai flussi di denaro dei sequestri di persona legati alla Banda dei Marsigliesi. Ne aveva parlato con il collega Ferdinando Imposimato, dicendosi convinto che dietro quei rapimenti si muovessero organizzazioni coperte in collegamento con il mondo politico, un tassello, secondo lui, della stessa strategia della tensione che aveva già visto all’opera nella stagione di piazza Fontana.

Anche il percorso che lo aveva portato in magistratura raccontava la stessa disposizione: entrato in ruolo nel 1957 a ventidue anni, quinto su oltre duecento al concorso, Occorsio viene descritto dai superiori, fin dai primi rapporti di valutazione, come dotato di un’intelligenza acutissima unita a un senso del dovere assoluto. Già nel 1967, occupandosi della querela del generale Giovanni De Lorenzo contro l’Espresso per gli articoli sul cosiddetto Piano Solo, il presunto progetto di colpo di Stato del 1964, Occorsio si era convinto della fondatezza delle accuse del giornale e aveva chiesto l’assoluzione dei giornalisti, ottenendo invece una condanna: un primo segno di un metodo che non lo avrebbe più abbandonato.
Fu proprio la moto usata dai suoi assassini, una Guzzi rossa notata da un testimone nei giorni precedenti l’agguato, a fornire la svolta investigativa che portò all’arresto di Concutelli e Ferro, condannati definitivamente nel 1980. Sui mandanti, invece, la giustizia italiana si è arenata: nomi individuati, condanne pronunciate e poi annullate, fino all’assoluzione definitiva che ha lasciato senza risposta la domanda su chi, oltre agli esecutori, avesse deciso che il lavoro di Occorsio dovesse fermarsi.