Uccise un carabiniere nel 1997, il “rambo di Lauregno” torna libero

Florian Egger ha finito di scontare la sua pena e oggi fa il contadino in Sardegna. Il fratello in un documentario: “Tutti meritano una seconda possibilità”.

Bolzano – Ci sono colpe che il tempo non cancella, ma che la giustizia, dopo quasi trent’anni, considera scontate fino all’ultimo giorno. Florian Egger, l’altoatesino che la cronaca nera ribattezzò il “rambo di Lauregno”, è tornato un uomo libero. Lo è da poche settimane, ventinove anni dopo quel colpo di pistola che in una manciata di istanti spezzò la vita dell’appuntato dei carabinieri Candeloro Zamperini e trascinò lui stesso in un abisso fatto di sangue, fuga e carcere. Oggi Egger ha 56 anni, vive in Sardegna e sogna soltanto di coltivare la terra.

Tutto comincia la mattina del 12 giugno 1997. Egger, allora 27enne, entra armato in una filiale della Cassa di Risparmio a Merano, deciso a mettere a segno una rapina. A incrociare la sua fuga è proprio Zamperini, appuntato dei carabinieri in quel momento libero dal servizio e disarmato. Il militare, romano di nascita e di stanza a Silandro, non si tira indietro: per non mettere a rischio i passanti attende che il bandito esca, poi lo insegue e lo affronta a mani nude. Nella violenta colluttazione parte il colpo fatale, che lo uccide sul colpo. Per quel sacrificio gli verrà conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Da quell’istante inizia la lunga latitanza, oltre un mese di caccia all’uomo che gli vale il soprannome destinato a inseguirlo per sempre, prima della cattura a Limone sul Garda. La condanna è durissima: 33 anni di carcere. Dietro le sbarre Egger sarà protagonista persino di un’evasione durante un permesso premio, salvo venire ripreso pochi mesi dopo.

Lapide di Candeloro Zamperini. Foto Wikipedia

A riaprire il caso è oggi un documentario di Rudy Kaneider ed Erich Grünbacher, andato in onda su Rai Südtirol e rilanciato dal quotidiano “Tageszeitung”. A parlare è il fratello Bernhard, che ricostruisce la discesa agli inferi di Florian. All’origine di tutto, racconta, un evento traumatico: un incidente stradale in cui l’uomo investì e uccise un pedone. Da lì la caduta a precipizio: la revoca della patente, debiti per oltre 100 milioni di lire e infine la rapina finita nel sangue.

“Noi come famiglia e io personalmente abbiamo sempre detto: per quello che ha fatto, deve assumersi le sue responsabilità”, ripete Bernhard nell’intervista, senza sconti. Eppure qualcosa, col tempo, è cambiato. Solo nel 2022 i fratelli hanno trovato il coraggio di andarlo a trovare in cella. “In quell’occasione ho avuto per la prima volta la sensazione che fosse cambiato”, confida. E ricorda le parole della madre, che aveva pregato i figli di non voltargli le spalle: “Aveva ragione lei. Tutti dovrebbero avere una seconda possibilità”.

Oggi quella seconda possibilità ha il volto della Sardegna, dove Egger ha scontato gran parte della pena in una comunità agricola per detenuti nel Sassarese. Sull’isola ha deciso di restare: niente ritorno in Alto Adige, la terra dove è nato e dove il suo nome resta legato a una ferita mai rimarginata. Soltanto i campi, il lavoro della terra e il silenzio di chi prova a ricominciare.