Secondo un report di Legambiente i laghi italiani hanno perso svariati milioni di metri cubi d’acqua a causa della siccità, contaminazione e attività antropica.
Quell’immensa massa d’acqua, di solito dolce, raccolta in una conca naturale del terreno e completamente circondata dalla terraferma, conosciuta col sostantivo “lago”, ha un particolare significato simbolico e spirituale. Viene, spesso, associato al “femminile” e alla Grande Madre come fonte primordiale.
Per alcune civiltà era uno spazio sacro, come nell’antico Egitto, dove assumeva funzioni religiose ed era il simbolo dell’oceano cosmico da cui ha avuto origine l’universo. La sua placida superfice è sinonimo di tranquillità, riflessione e purezza dello spirito.
La psicanalisi equipara l’acqua immobile di un lago profondo all’inconscio, luogo in cui i ricordi vengono protetti come in uno scrigno ma anche territorio libero in cui sbizzarrire la propria creatività e dinamicità. Tuttavia la realtà, come sempre, è meno poetica di queste evocazioni suggestive.
Oggi sono diventate ambite mete turistiche su cui si è scatenato un fiorente mercato immobiliare, ma anche un misuratore del cambiamento climatico. Il Belpaese è fornito di una varietà di laghi, tra cui i più importanti sono il Garda, Como, Maggiore e Trasimeno. Si sono trasformati in simboli in cui è più manifesto il contrasto tra opulenza e vulnerabilità del territorio.
E’ vero: orde di turisti ne sono attratti, investono in immobili, il denaro circola. Però tutt’intorno il panorama è desolante: aridità climatica, degrado ambientale, sistema idrico in affanno, livello dell’acqua ogni anno sempre più basso e la richiesta massiccia di nuovi alloggi che produce un eccessivo e deleterio consumo di suolo, là dove, forse, si dovrebbe imporre uno stop.
Fino a qualche decennio fa i laghi sono stati visti, dalla narrazione corrente, come una valida opzione rispetto al mare, proprio per l’afflusso di persone meno caotico. Oggi non è più così, in quanto quello lacustre è diventato un sistema chiuso o semi-chiuso, per cui tutto ciò che passa si racchiude in uno spazio circoscritto. I laghi, inoltre, sono località attrattive per tutto l’anno, per cui più aumenta il numero di visitatori maggiore è l’incidenza sull’ambiente.
Il punto cruciale non è il numero di turisti presenti ma come l’area riesce a soddisfarne la domanda senza snaturare le sue peculiarità. Inoltre non è più luogo di seconde case ma di abitabilità per molto tempo in modo da conciliare vacanza e lavoro, oppure di puro investimento immobiliare.
Emblematico è il caso del lago di Como, trasformatosi in crocevia di ville faraoniche, lusso sfrenato e affitti brevi da parte di attori e stilisti famosi, magnati e oligarchi dell’Est Europa. Un meccanismo perverso perché alla crescita del valore degli immobili dovuta ad un eccesso di domanda, fa da contraltare l’espulsione dei residenti che non riescono a stare al passo dell’aumento del costo della vita.

In questa società in cui conta l’ostentazione della ricchezza passano in secondo piano aspetti che in realtà sono vitali. L’acqua dolce dei laghi, infatti, svolge un ruolo fondamentale per l’ambiente e la vita sulla Terra, fungendo da riserva idrica, regolatore climatico e habitat naturale. E’ comprensibile che quando il suo livello cala, diminuisce una risorsa importante.
Secondo un report di Legambiente i laghi italiani hanno perso svariati milioni di metri cubi d’acqua a causa della siccità, contaminazione e attività antropica. Di questo passo e con una becera governabilità del territorio la ricchezza dei laghi rischia di evaporare. Non si può continuare a promuovere la loro immagine mirando all’aumento della quantità di turisti.
E’ necessaria una scelta chiara, netta, ossia pensare prima alla qualità e poi alla quantità del turismo. Iniziando da una distribuzione dei flussi durante tutto l’arco dell’anno, valorizzando i clienti che già si hanno senza doverne cercare di nuovi, migliorando i collegamenti con l’entroterra.
Inoltre incentivare la “mobilità dolce” che non utilizza veicoli a motore per spostarsi, contenere il consumo di suolo, migliorare il sistema di depurazione, tutelare la fascia di transizione tra la terraferma e l’acqua, preservandone l’equilibrio ecologico, paesaggistico e ambientale.
Forse “troppa carne al fuoco” per le limitate doti della classe politico-amministrativa locale e nazionale, al punto da essere un programma di difficile realizzazione.


