La Procura punta sulle tracce di legno e vernice trovate tra i capelli della vittima. La difesa: “Nessuna prova che la porta sia l’arma”.
Roma – Le analisi tecnico-scientifiche tornano a pesare in maniera determinante nel processo d’appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, la giovane scomparsa nel 2001 e ritrovata senza vita nei boschi di Fonte Cupa. Durante l’ultima udienza, il luogotenente del Ris di Roma, Rosario Casamassima, depositando in qualità di consulente della Procura generale, ha confermato come gli elementi materiali raccolti supportino l’ipotesi secondo cui la testa della vittima abbia impattato contro la porta degli alloggi della caserma dei carabinieri di Arce.
A supporto della deposizione del militare dell’Arma vi sono 25 frammenti lignei individuati sul nastro adesivo che avvolgeva il capo e i capelli della ragazza, insieme a tracce di resina, colla e a un residuo di vernice riconducibile alla caldaia presente all’interno dell’alloggio. Per chiarire la solidità dei rilievi, l’esperto ha escluso categoricamente l’eventualità di una contaminazione successiva, specificando che cinque di questi frammenti si trovavano incastrati esattamente tra il nastro e la chioma di Serena. Nel procedimento figurano come imputati l’ex comandante della stazione di Arce, Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco.

La testimonianza ha rinfocolato l’aspra contrapposizione tra accusa e difesa. Per gli avvocati della famiglia Mollicone, Antonio Iafrate e Federica Nardoni, gli esiti peritali rappresentano la conferma che la giovane sia entrata nell’edificio senza più uscirne, con la vernice della caldaia a fare da firma sulla sua presenza nei locali. Di segno diametralmente opposto la posizione del legale degli imputati, Fabio Quadrini, secondo il quale l’intervento del perito si è risolto nell’ennesimo tentativo di piegare i dati di fatto alla tesi dell’accusa. La difesa ha sottolineato presunte contraddizioni rispetto alle precedenti dichiarazioni del consulente, continuando a negare che quella porta possa rappresentare l’arma del delitto.
La vicenda giudiziaria affonda le sue radici nella tragedia della primavera del 2001. La mattina del 1° giugno, la diciottenne di Arce era uscita di casa per sostenere un esame radiografico a Isola del Liri e non vi aveva fatto più ritorno. Dopo oltre quarantotto ore di angosciose ricerche che mobilitarono l’intero territorio, la drammatica svolta arrivò nella tarda mattinata del 3 giugno: il cadavere di Serena fu scoperto da una squadra della Protezione Civile tra i rovi del bosco di Fonte Cupa, in località Anitrella. Il corpo era stato nascosto dietro dei rifiuti con mani e piedi legati da filo di ferro e scotch, mentre la testa era chiusa in un sacchetto di plastica, serrata con del nastro adesivo che ne aveva provocato la morte per soffocamento.



