L’ultima notte dell’Idroscalo: la magistratura riapre le indagini sul delitto Pasolini

A cinquant’anni dalla morte del poeta, un nuovo fascicolo e le tracce di DNA mai attribuite riaccendono i riflettori sulle complicità e sulle ombre del massacro di Ostia.

Ostia – La sabbia dell’Idroscalo di Ostia ha custodito per mezzo secolo una verità monca, racchiusa in una sentenza sbrigativa e in una confessione che il tempo ha logorato fino a farla a pezzi. Era la notte tra il primo e il due novembre del 1975 quando il corpo di Pier Paolo Pasolini fu ritrovato senza vita, sfigurato e martoriato in uno spiazzo periferico e fangoso. Da quel momento, attorno alla morte di uno degli intellettuali più lucidi, scomodi e feroci del Novecento italiano, si è stratificata una coltre di misteri, depistaggi e silenzi istituzionali che le aule di giustizia non sono mai riuscite a sciogliere del tutto.

A riaprire una porta che sembrava sbarrata per sempre è stata, nelle ultime settimane, la Procura di Roma, che ha acceso un nuovo faro investigativo affidato al sostituto procuratore Silvia Santucci. L’iniziativa giudiziaria nasce da un dettagliato esposto depositato dall’avvocato Stefano Maccioni, legale dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti, che si fonda su elementi inediti e su un’istanza integrata più volte tra la fine del 2025 e la primavera del 2026.

L’obiettivo dichiarato è quello di dare finalmente risposte a interrogativi rimasti senza voce, facendo leva su un dato scientifico che da solo basterebbe a demolire la narrazione ufficiale dei fatti: sui reperti sequestrati all’epoca, i RIS dei carabinieri hanno isolato tre tracce di DNA e profili ematici che non appartengono né alla vittima né all’unico condannato. Sulla scena del delitto, quella notte, c’erano altre persone. E la presenza di un commando, di una trappola tesa per eliminare una voce troppo ingombrante, torna prepotentemente al centro dell’attenzione inquirente.

Il corpo martoriato di Pasolini

Per comprendere il peso di questa svolta bisogna fare un salto indietro nel tempo, riavvolgendo il nastro fino alla sera in cui il poeta lasciò Roma a bordo della sua Alfa Romeo GT Junior. Alle undici e mezza del primo novembre, Pasolini si trovava in compagnia di un diciassettenne di periferia, Giuseppe Pelosi, detto “Pino la Rana”, un ragazzo di vita noto alle forze dell’ordine per piccoli espedienti. Dopo una cena consumata in una trattoria vicino alla Basilica di San Paolo, i due si diressero verso il litorale laziale, spingendosi nell’area isolata dell’Idroscalo. Poco prima dell’alba, la macchina fu intercettata mentre sfrecciava a folle velocità e contromano, guidata dal solo Pelosi, che finì subito in manette.

Poche ore dopo, nel chiuso di una cella minorile, arrivò la confessione shock: Pelosi ammise di aver ucciso lo scrittore al culmine di una colluttazione feroce scoppiata in seguito a un’avance sessuale rifiutata, sostenendo di essersi difeso usando una tavola di legno e di aver investito inavvertitamente il corpo durante la fuga. La giustizia corse veloce, fin troppo: nel giro di tre anni l’iter processuale si chiuse con una condanna definitiva a nove anni di reclusione per il ragazzo, sancendo l’equazione comoda dell’aggressore solitario, del delitto d’impeto maturato nei bassifondi della prostituzione giovanile.

Il ritrovamento del corpo di Pasolini

Eppure, fin dal primo mattino del 2 novembre, la realtà sembrò fare a pugni con i verbali degli inquirenti. La scena del crimine fu calpestata da una folla di curiosi e persino da ragazzini che giocavano a pallone a pochi metri dai resti insanguinati, mentre brandelli di vestiti e legni spezzati venivano ritrovati a decine di metri di distanza, smentendo la dinamica lineare di una rissa circoscritta. Voci coraggiose, a cominciare da quella di Oriana Fallaci sulle colonne de L’Europeo, denunciarono subito anomalie macroscopiche, la fragilità fisica di un Pelosi incapace da solo di ridurre in quello stato un uomo robusto come Pasolini e la presenza di testimoni oculari che parlavano di più aggressori arrivati a bordo di motociclette o automobili.

Per decenni la verità è rimasta ibernata, protetta dal silenzio di chi sapeva e dalla paura di parlare, fino alla clamorosa ritrattazione pubblica rilasciata da Pelosi nel 2005 ai microfoni della televisione. Liberato dal peso del segreto dopo la morte dei familiari, l’uomo che aveva scontato la pena ammise platealmente di non essere stato lui a massacrare il poeta, tirando in ballo un gruppo di sconosciuti con accento siciliano che lo avevano minacciato di morte per costringerlo a sobbarcarsi tutta la colpa. Una confessione tardiva che trovò sponde in diverse inchieste giornalistiche e nelle denunce dei legali di parte civile, i quali puntarono l’indice contro piste mai approfondite fino in fondo: dai collegamenti con la criminalità comune e l’estrema destra romana fino all’ipotesi più inquietante, quella secondo cui Pasolini fosse stato attirato in una vera e propria imboscata per sottrargli le bobine originali del suo ultimo, scandaloso film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, o per impedirgli di completare il suo romanzo-fiume Petrolio, un’inchiesta letteraria e civile sui segreti inconfessabili del potere politico-economico italiano e sulla morte di Enrico Mattei.

Le successive richieste di riapertura del caso presentate nel corso degli anni – compresa quella robusta istanza rigettata nel 2023 che insisteva proprio sulla necessità di dare un nome a quei tre profili genetici dimenticati nei cassetti – si erano scontrate con il muro di gomma di un’archiviazione fondata sull’idea che non vi fossero margini per nuove indagini utili. Oggi, l’iniziativa della Procura di Roma riapre uno spiraglio inatteso. A cinquantuno anni di distanza, mentre i protagonisti di quella stagione sono quasi tutti scomparsi – lo stesso Pelosi è morto nel 2017 portando nella tomba i suoi segreti -, la magistratura riconosce che il capitolo non è chiuso. E mentre la carta stampata e le aule giudiziarie tornano a incrociarsi, resta intatta l’urgenza di un Paese intero: capire se dietro la fine violenta di Pier Paolo Pasolini si celi non solo la tragedia di una notte disperata, ma una trama di poteri occulti e complicità che ha atteso mezzo secolo per cominciare a mostrare il suo vero volto.