Dal massacro nella villetta di Parma alla confessione in diretta tv: la parabola di Ferdinando Carretta.
Parma – È una mattina di agosto come tante nella villetta al civico 8 di via Rimini, a Parma. La famiglia Carretta sta per partire per le vacanze. Le valigie sono pronte, l’aria è quella del sollievo estivo. Poi qualcosa va storto, qualcosa che in realtà è già andato storto da tempo, nella testa del primogenito Ferdinando.
Ha ventisette anni. È un ex militare con il porto d’armi in regola. Qualche settimana prima ha comprato una pistola semiautomatica Walther 6.35 in un’armeria di Reggio Emilia. Sa cosa vuole farne.
Quella mattina del 4 agosto 1989 Ferdinando impugna l’arma e colpisce il padre Giuseppe, 53 anni, di professione ragioniere, con cinque colpi. La madre Marta, 50 anni, sente gli spari dalla stanza accanto e corre verso il marito. La raggiunge un solo proiettile, sufficiente a ucciderla. Il fratello minore Nicola, 23 anni, rientra qualche ora dopo senza sapere nulla. Ferdinando lo aspetta. Un colpo al petto, uno in un occhio.

In pochi minuti, la famiglia Carretta smette di esistere.
Quello che viene dopo è freddo, metodico, quasi incredibile. Ferdinando sposta i tre corpi nella vasca da bagno. Poi pulisce. Pulisce per ore, con quella cura ostinata che appartiene a chi ha già deciso di non lasciare tracce. Il giorno dopo carica i corpi sull’auto e li trasporta alla discarica di via Rolo, alle porte di Parma. I resti della famiglia Carretta non vengono mai più ritrovati. Nemmeno la pistola.
Nei giorni successivi Ferdinando falsifica la firma del padre su un assegno bancario e incassa cinque milioni di lire. Poi fa lo stesso con il conto di Nicola, intascando un altro milione. Poi sparisce. Prima a New York, poi a Londra, dove inizia una vita nuova come pony express, nel più completo anonimato.
La denuncia di scomparsa arriva a settembre, presentata dalla sorella di Marta. I carabinieri prendono atto, fanno le verifiche del caso e formulano la loro ipotesi: allontanamento volontario. Il padre, si mormora, gestiva fondi neri per l’azienda in cui lavorava. Forse ha deciso di sparire per ricominciare altrove, portando con sé tutta la famiglia.

A novembre, durante una puntata di Chi l’ha visto?, un telespettatore segnala un camper con targa di Parma parcheggiato in viale Aretusa a Milano. È quello della famiglia Carretta. Ferdinando lo ha lasciato lì apposta, per spostare le ricerche verso il capoluogo lombardo. Il depistaggio funziona. Le indagini passano alla Procura di Milano, dove vengono affidate a un magistrato allora pressoché sconosciuto: Antonio Di Pietro. Lui non è convinto dell’ipotesi della fuga volontaria, ma non ha elementi per approfondire.
Il caso si arena.
Passano nove anni. È il 21 novembre 1998 quando la polizia londinese ferma Ferdinando Carretta durante un controllo di routine. Uno degli agenti guarda il documento, legge il cognome e ricorda qualcosa. Segnala il caso a Scotland Yard. L’Interpol contatta l’Italia.
Il procuratore di Parma vola a Londra. Ferdinando, interrogato, nega. Dice di non sapere nulla della sua famiglia dal 1989, di averla aiutata a fuggire ai Caraibi dopo lo scandalo dei fondi neri. Una storia inventata, ma tenuta in piedi per anni con la stessa determinazione con cui aveva ripulito la villetta di via Rimini.
Poi arrivano i giornalisti di Chi l’ha visto? Si siedono di fronte a lui con una telecamera. E Ferdinando Carretta parla. “Ho impugnato quell’arma da fuoco e ho sparato ai miei genitori e a mio fratello.” La confessione viene trasmessa il 30 novembre 1998. L’Italia la guarda in silenzio.
Nella villetta di via Rimini i Ris trovano tracce di DNA in un portasapone e in un tassello di gomma. Le prove fisiche si sommano alla confessione. Il 15 aprile 1999 la Corte d’Assise di Parma lo dichiara colpevole di triplice omicidio. Ma Ferdinando Carretta non entra mai in prigione: la perizia psichiatrica lo giudica incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. Viene trasferito in una struttura psichiatrica a Castiglione delle Stiviere.
Il Gip che aveva ascoltato la sua confessione ricorderà a lungo quella scena raccontando che Ferdinando Carretta “Non vedeva l’ora di confessare.”
Nel 2004 ottiene la semilibertà. Due anni dopo entra in una comunità di recupero a Forlì. Nel 2009 ne esce e si stabilisce nella stessa città. Il 1° giugno 2023 viene trovato senza vita nel suo appartamento. Aveva 61 anni e da tempo lottava contro una malattia grave.
I corpi di Giuseppe, Marta e Nicola Carretta non sono mai stati trovati.