La grande truffa al distributore: l’Iva sulle accise dissangua gli automobilisti

La “tassa sulla tassa” ci costa ben 8 euro per ogni pieno di benzina. Un bottino da 2 miliardi l’anno che si potrebbe rimodulare tagliando i sussidi alle lobby.

Roma – C’è un meccanismo perverso che ogni giorno, nel silenzio generale, continua a prosciugare i portafogli degli italiani alle pompe di benzina. In un momento economico segnato da stipendi bloccati e carovita assillante, lo Stato non soltanto non rinuncia alle sue pretese fiscali, ma applica una vera e propria aberrazione contabile: la tassazione su un’altra tassazione.

Il calcolo è di una semplicità disarmante. Attualmente, la sola accisa fissa che grava su un litro di benzina si attesta a circa 0,728 euro. Tuttavia, al momento di calcolare l’Imposta sul Valore Aggiunto (l’IVA al 22%), lo Stato non la applica esclusivamente sul costo effettivo della materia prima e del margine industriale, ma la calcola sull’importo totale già maggiorato dall’accisa.

In termini pratici, l’automobilista si trova a pagare l’IVA sopra un’imposta:

  • Questa sovrapposizione fiscale genera un extracosto di quasi 16 centesimi al litro.
  • Per un comune serbatoio da 50 litri, il balzello ingiustificato sfiora gli 8 euro a rifornimento.

Una vera e propria gabella che garantisce all’erario un gettito “extra” stimato in circa 2 miliardi di euro all’anno. Un prelievo forzoso che pesa in modo sproporzionato su chi fa uso dell’automobile per necessità quotidiane, per recarsi al lavoro o per svolgere le proprie attività d’impresa.

Sostenere che le casse pubbliche non possano rinunciare a queste entrate è una scusa non più accettabile. L’intervento di azzeramento di questa distorsione si può realizzare a saldo zero per il bilancio statale, seguendo le linee guida dello Standard Cottarelli: eliminare l’IVA dalla quota accise e recuperare la cifra equivalente tagliando i Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD).

Cosa sono davvero i SAD? Dietro la dicitura tecnica si nasconde un vasto pacchetto di agevolazioni ed esenzioni fiscali di cui beneficiano da anni specifici settori industriali e grandi gruppi di potere. Mentre il cittadino comune corrisponde le accise per intero fino all’ultimo centesimo, a determinate categorie vengono garantiti sconti di Stato.

Nel bilancio pubblico figurano oltre 22 miliardi di euro destinati a questa rete di aiuti aziendali. Basterebbe rimodulare o sforbiciare meno del 10% di queste risorse dedicate per cancellare istantaneamente la “tassa sulla tassa” e alleggerire di 8 euro ogni pieno degli italiani. Non è una questione di coperture finanziarie, ma di priorità politiche: continuare a tutelare i privilegi delle corporazioni o restituire respiro a quaranta milioni di automobilisti?