I giovani si trovano costretti a rimanere in stallo presso la famiglia originaria, con effetti negativi sulla loro salute. I prezzi sono davvero esorbitanti.
Un tempo lo spettro che si aggirava per l’Europa era il timore del comunismo. In realtà la frase è l’incipit del celebre “Manifesto del Partito Comunista”, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels e pubblicato nel 1848. Oggi lo spettro è rappresentato dalla crisi degli alloggi che in Europa ha raggiunto livelli insostenibili, al punto che molte famiglie non possono permettersene uno.
La vita di molte persone è stata sconvolta perché senza casa non si può mettere su famiglia. A pagare il fio più alto sono i giovani. Secondo i dati disponibili il 40% del reddito se ne va per la casa e il 25% delle persone vive in uno stato di saturazione abitativa. Inoltre la richiesta di case da affittare o acquistare, proprio per i prezzi molto alti, è maggiore di 2-3 volte degli over 65.
I giovani si trovano costretti ad allungare l’uscita dalla famiglia originaria, con effetti anche sul proprio equilibrio psicofisico. D’altronde come fare se ci trova tra l’incudine del lavoro precario e il martello del caro alloggi?
Oltre ai più giovani sono colpiti dalla crisi anche i fruitori di redditi medio-bassi e il tasso di proprietari di alloggi è franato rovinosamente nella fascia d’età 45-54 anni. Il problema è che tutto aumenta tranne i salari, creando una vera e propria stagnazione salariale che con l’aumento dei prezzi ha fatto perdere il potere d’acquisto.
Secondo la commissione speciale del Parlamento europeo sulla crisi abitativa, l’Europa necessita di costruire 10 milioni di abitazioni per soddisfare le pressanti richieste, mentre il numero dei permessi di costruire è calato del 20%. Più che costruire nuovi alloggi sarebbe più opportuno il recupero e la messa a norma di quelli esistenti.
L’edificazione di nuove case comporterebbe un ulteriore consumo di suolo, che già si trova in una condizione preoccupante. Sicuramente farà felice la lobby del mattone e del cemento! C’è da segnalare che gli alloggi esistenti, inoltre, non sono destinati a chi ne avrebbe maggiormente bisogno.
I danni maggiori si riversano sulle fasce sociali più fragili: lavoratori part-time o precari, immigrati, minoranze etniche e disabili. A questa lista si aggiungono i genitori single. Ma il fenomeno non è colpa del destino cinico e baro ma di precise scelte sociali e politiche che hanno trasformato la casa da bene sociale a mera speculazione finanziaria.

Questo mutamento di paradigma ha innescato, tra chi non è in grado di avere un immobile, una subdola persuasione per cui la responsabilità è di sé stesso. Ma con l’inflazione galoppante e il mercato abitativo cresciuto fino al 60%, il vero imputato è la completa assenza dell’intervento pubblico.
Oltre al danno ci sono famiglie che subiscono una drammatica beffa, ossia hanno reddito alto per usufruire delle case popolari, ma troppo basso per acquistarne una. E’ vero che esistono vari bonus per l’affitto che, però, alla fine vanno ad ingrassare le già satolle tasche dei proprietari.
Mentre latitano strumenti strutturali per favorire la praticabilità di una casa popolare. Qualche proposta interessante esiste. In Danimarca c’è l’obbligo di residenza o occupazione, per cui le case registrate come residenze annuali devono essere abitate per almeno 180 giorni all’anno dal proprietario o affittate a qualcun altro che vi stabilisca la propria dimora ufficiale.
Lo scopo è di evitare che le abitazioni rimangano vuote o vengano usate solo come investimenti speculativi, contrastando la carenza di alloggi nelle città. E’ una soluzione da imitare, perché ogni individuo ha diritto a vivere in maniera dignitosa sotto un tetto.


