Il dettaglio che ha incastrato l’assassino di Aurora Labruzzo

Il 22 luglio 1998 la donna venne uccisa a coltellate nella sua casa di Brancaccio: a incastrare il killer sarà un particolare impercettibile.

Palermo – È la mattina del 22 luglio 1998. Aurora Labruzzo, 43 anni, sta lavando i vetri in vestaglia nel suo appartamento al quinto piano di via Pianell, nel quartiere Brancaccio, mentre parla al telefono con la madre. È sola in casa: il marito Andrea, comproprietario del Regine, uno dei ristoranti più noti di Palermo, è già uscito per andare a lavorare e con lui i figli. La conversazione scorre su cose qualunque, finché non arriva un bussare secco, non il campanello ma colpi dati con le nocche.

Aurora si scusa, va a controllare, torna e chiude la telefonata in fretta, con quella frase pronunciata in una lingua, l’italiano, che non è la loro: tra madre e figlia, in casa, si parla solo dialetto siciliano. La madre non ci fa troppo caso sul momento, ma qualcosa in quel tono la turba e quando la figlia non richiama più, l’inquietudine cresce fino a farle chiamare il genero e allertare tutti.

Ad arrivare per primo in via Pianell è il marito. Sale, chiama Aurora, non ottiene risposta. La trova in camera da letto, riversa su un fianco, in una pozza di sangue. La casa è a soqquadro, cassetti aperti, ma agli inquirenti, giunti quasi subito sul posto, qualcosa suona strano: a mancare sono soltanto gioielli e contanti appartenuti alla donna, mentre oggetti di valore ben più alto, del marito e dei figli, sono al loro posto. Non ci sono segni di scasso sulla porta e chi conosceva Aurora esclude categoricamente che potesse aprire a uno sconosciuto in quelle condizioni. L’ipotesi della rapina finita male non regge e nemmeno quella di un delitto familiare: il marito ha un alibi inossidabile, ricostruito ora per ora attraverso scontrini e chiamate.

Nei giorni successivi, mentre le indagini si concentrano sulla scena del delitto, al telefono del ristorante di famiglia arriva anche una voce anonima che minaccia altre violenze e persino una bomba se il locale non chiuderà: si rivelerà lo sciacallaggio di un opportunista, presto scartato dagli inquirenti, che intanto seguono l’unica pista concreta rimasta.

Resta infatti una sola via d’accesso possibile alla casa: il balcone, raggiungibile soltanto passando da quello dell’appartamento accanto, occupato dalla famiglia Serio. Tra i tre figli della coppia c’è Vincenzo, allora ventenne, già noto alla polizia per aver rubato i gioielli della madre. È un ragazzo solitario, incapace di legare con le coetanee, attratto solo da donne più grandi di lui, con cui intreccia relazioni segnate da episodi di violenza (lo confermerà anche l’intercettazione di una donna che lo lascia proprio per questo motivo). Le tracce raccolte sulla scena, un’impronta di scarpa nel sangue e un’impronta digitale su un portagioielli, portano dritte a lui.

Il 15 dicembre 1998 i carabinieri fanno irruzione in casa Serio. Vincenzo nega, poi si contraddice, parla di un complice mai esistito. Solo il 29 febbraio 1999, al cospetto del magistrato, crolla e racconta come sono andate le cose: Aurora lo aveva notato dal balcone mentre puliva i vetri, ma lui aveva atteso che si allontanasse per rispondere al telefono. Aveva scavalcato il balcone, era entrato e per costringerla a lasciare la cornetta senza allarmare chi era in linea, aveva bussato con le nocche, un suono troppo debole per arrivare fino alla madre di Aurora al telefono. Quando la donna, dopo aver controllato invano dallo spioncino, si era voltata, se l’era trovato davanti con un coltello in mano. Le aveva fatto consegnare i gioielli, forse per dare un senso a un gesto un senso non ce l’aveva e poi l’aveva colpita ripetutamente: sessantaquattro coltellate, secondo la ricostruzione degli inquirenti.

Vincenzo Serio viene condannato all’ergastolo in primo grado, pena poi ridotta a 28 anni in appello. Ma la sua storia con la giustizia non si chiude lì: nel 2022, mentre sconta i domiciliari a Palermo per una denuncia di maltrattamenti presentata dalla moglie, rompe il braccialetto elettronico ed evade per raggiungerla a Fidenza, in provincia di Parma, dove lei si era trasferita dopo averlo lasciato. Nel corso del tentativo di fuga in Brianza, aggredisce un’automobilista per rubarle l’auto, prima di essere rintracciato e arrestato dai carabinieri. Ventiquattro anni dopo il delitto di via Pianell, il nome di Vincenzo Serio torna tra le pagine di cronaca.