I boss delle stragi lasciano il carcere con i permessi: è polemica

Via libera per Cristoforo Cannella, tra gli esecutori di via D’Amelio, e per Mario Capizzi, condannato per l’omicidio del piccolo Di Matteo. Biondino, l’autista di Riina, esce per fine pena.

Palermo – Hanno premuto il telecomando che ha spezzato la vita di Paolo Borsellino, hanno piazzato le bombe che hanno insanguinato l’Italia, hanno perfino strangolato un bambino per poi scioglierne il corpo nell’acido. Eppure, uno dopo l’altro, i signori della mafia stragista stanno varcando i cancelli del carcere. Non da evasi, ma da uomini liberi su autorizzazione: con un permesso timbrato dallo Stato. È il paradosso portato alla luce da un’inchiesta de La Stampa, che ha riacceso l’allarme della politica e riaperto la ferita mai rimarginata delle stragi del 1992.

Il caso che fa più rumore è quello di Cristoforo Cannella, detto Fifetto, condannato all’ergastolo come uno degli esecutori dell’attentato di via D’Amelio – dove persero la vita il giudice Borsellino e i cinque agenti della scorta – e per le bombe di Firenze. Pur essendo recluso al 41 bis, il carcere duro, lo scorso 10 aprile ha ottenuto un permesso di pochi giorni per lasciare la cella.

Non è l’unico. Il 6 marzo era toccato a Gregorio Di Giovanni e, nello stesso periodo, a Mario Capizzi, 57 anni, capo del mandamento di Ribera, nell’Agrigentino. Un ergastolano macchiatosi di uno dei delitti più efferati di Cosa nostra: l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino, strangolato e sciolto nell’acido dopo oltre due anni di prigionia. E mentre altri nomi pesanti – dai fratelli Graviano a Giuseppe Falsone – attendono una risposta dai giudici, Salvatore Biondino, lo storico autista di Totò Riina arrestato insieme al “capo dei capi” nel 1993, avrebbe lasciato il carcere per fine pena.

Il piccolo Giuseppe Di Matteo

Come è possibile? La chiave sta nell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Dopo le sentenze della Corte costituzionale (2019) e della Corte europea dei diritti dell’uomo, la mancata collaborazione con la giustizia non basta più, da sola, a negare per sempre i benefici: spetta ai giudici di sorveglianza decidere caso per caso, sentite le procure. Che però, insieme alla Direzione nazionale antimafia, si pronunciano quasi sempre in senso contrario – pareri che, denunciano le opposizioni, restano troppo spesso lettera morta.

I numeri raccontano un fenomeno in crescita: dal 2022 alla fine del 2025 sono stati concessi 120 permessi urgenti a detenuti al 41 bis per gravi motivi familiari. Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia avverte che il sistema “rischia di non reggere” e che i capi, una volta tornati sul territorio, ricostruiscono le cosche e diventano un modello per i ragazzi delle periferie.

Sul piano politico è scontro aperto. Il Movimento 5 Stelle – primo firmatario Roberto Scarpinato – ha depositato a luglio un disegno di legge per imporre il braccialetto elettronico e il divieto di rientro nei territori d’origine. L’esponente di Avs Angelo Bonelli parla di “fatto gravissimo” e chiede che il ministro della Giustizia Carlo Nordio riferisca in Parlamento. “Su chi ha messo le bombe del ’92 e del ’93 lo Stato non può abbassare la guardia”, è l’appello che unisce le opposizioni, nel nome delle vittime e di chi ha dato la vita per combattere Cosa nostra.