Una coincidenza agghiacciante attraversa nove anni di storia: due giudici vengono assassinati dalla mafia nello stesso giorno di settembre.
Un filo rosso di sangue e piombo unisce due pagine nerissime nella storia della lotta alle cosche. Una data maledetta. Il 25 settembre.
Non una sola volta, ma ben due nell’arco di nove anni, Cosa Nostra ha deciso di picchiare duro nello stesso giorno. Il primo capitolo di questa tragica coincidenza si consuma nel 1979, alle otto e mezza di una mattina apparentemente come tante. Cesare Terranova sale in macchina, la chiave gira nel quadro, ma non farà nemmeno in tempo a ingranare la prima: un incendio di proiettili lo investe in pieno. Insieme a lui c’è Lenin Mancuso, il maresciallo che da oltre tre lustri gli fa da ombra e da scudo. Per il magistrato non c’è niente da fare; il suo angelo custode esalerà l’ultimo respiro poche ore più tardi in un letto d’ospedale.
Terranova non era un toga qualsiasi. Aveva capito prima di tutti che il fenomeno mafioso stava voltando pagina, abbandonando la coppola e i campi per indossare giacca, cravatta e valigetta da manager, pronta a mettere le mani su appalti e grandi affari. Aveva scoperchiato il vaso di Pandora con indagini da capogiro, portando poi quel bagaglio di veleni e verità direttamente sulle poltrone del Parlamento. Era arrivato a un passo dal prendere in mano le redini dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Troppo pericoloso. La Cupola — da Totò Riina a Provenzano, fino a Pippo Calò — firma la sua condanna a morte, prendendosi anni dopo l’ergastolo come conto da pagare alla giustizia.
Servono esattamente nove giri di calendario per assistere al medesimo copione. Stesso giorno, stessa mano spietata: nel 1988 la mafia decide di chiudere i conti con il giudice Antonino Saetta, trucidato senza pietà insieme al figlio Stefano.
Un macabro appuntamento con il destino che riporta a galla il valore di chi, consapevole di finire dritto nella tana del lupo, ha scelto comunque di non voltarsi dall’altra parte.