Valentina Filannino si era appena laureata e avrebbe chiesto di restare in ospedale. La famiglia ha presentato denuncia, disposta l’autopsia.
Barletta – Aveva appena festeggiato il compleanno e stretto tra le mani la laurea, il traguardo di anni di sacrifici. Una vita ancora tutta da scrivere, spezzata in poco più di ventiquattro ore. Valentina Filannino, 35 anni compiuti domenica 25 ottobre, è morta venerdì 30 ottobre all’ospedale Dimiccoli di Barletta, lo stesso pronto soccorso che il giorno prima l’aveva rimandata a casa con una terapia da seguire a domicilio. Ora la famiglia ha presentato denuncia: vuole sapere perché quella ragazza è stata dimessa.
Tutto comincia giovedì 29 ottobre. Valentina si presenta al pronto soccorso per un forte dolore alla gamba sinistra: l’arto è gonfio e di un colore più scuro del normale. Durante gli accertamenti, secondo quanto riferito dai familiari, una Tac avrebbe evidenziato una tromboembolia polmonare. Spaventata, la giovane avrebbe chiesto di essere ricoverata. Ma i medici, sempre secondo il racconto della famiglia, avrebbero disposto le dimissioni.
Il dramma si consuma poche ore dopo, a casa della madre. Mentre sale le scale, Valentina perde i sensi e crolla. Scatta l’allarme, i soccorritori la riportano d’urgenza al Dimiccoli. Questa volta finisce in rianimazione, dove i medici lottano per circa 22 ore. Una battaglia disperata, che si chiude con il cuore che smette di battere.
Adesso la parola passa agli accertamenti. La salma è stata trasferita all’Istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari, dove sarà eseguita l’autopsia. L’esame dovrà stabilire le cause del decesso, mentre la documentazione clinica servirà a ricostruire ogni passaggio di quel primo accesso in ospedale e a verificare eventuali responsabilità.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’infettivologo Matteo Bassetti, che su Facebook ha ricordato come la valutazione tempestiva del rischio e la profilassi antitromboembolica possano ridurre in modo significativo il pericolo di un’embolia polmonare fatale. Senza però anticipare conclusioni: “Una vita spezzata a 35 anni merita verità. E, se emergeranno errori, merita anche che da questa tragedia si impari qualcosa affinché altre famiglie non debbano vivere lo stesso dolore”.
Per chi le voleva bene restano una foto con la corona d’alloro e una domanda che pesa come un macigno: si poteva salvarla?



