La figlia di Lea Garofalo si è gettata dal palazzo in cui viveva. I Pm cercano le tracce del rapporto riallacciato col padre ‘ndranghetista, in cella per aver ucciso la madre.
Roma – Ci sono dolori che non si spengono mai, che covano sotto la cenere per anni e poi tornano a bruciare tutto. Diciassette anni dopo l’omicidio di sua madre Lea Garofalo, la testimone di giustizia strangolata e bruciata dalla ‘ndrangheta per essersi ribellata alla cosca, anche Denise Cosco ha smesso di lottare: il 10 settembre si è lanciata nel vuoto dal palazzo in cui viveva ad Ariccia, alle porte di Roma, lasciando una bambina di appena 4 anni.
La Procura di Velletri non si accontenta della parola “suicidio”. Il fascicolo, aperto per istigazione al suicidio, resta ancora contro ignoti, ma gli inquirenti vogliono vederci chiaro. Al centro dell’inchiesta, coordinata dal procuratore Carlo Villani, c’è un dettaglio che pesa come un macigno: negli ultimi tempi Denise avrebbe riallacciato i rapporti con il padre, Carlo Cosco, l’uomo che sta scontando ad Asti la condanna per aver ammazzato proprio Lea Garofalo.
A raccontare quel legame ritrovato è stato il compagno di Denise, ascoltato nei giorni scorsi dai magistrati. Ora la verità potrebbe nascondersi dentro un telefono: il cellulare di lei è già stato sequestrato e sarà passato al setaccio, insieme alla sua casella di posta elettronica, l’unico canale che consultava dal suo smartphone. Perché quella mattina Denise se n’è andata in silenzio, senza lasciare biglietti né messaggi.

Lunedì, nella chiesa dell’Immacolata di Crotone, la Diocesi ha voluto una cerimonia per restituire dignità a una vita spezzata. Davanti a tanti, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha trovato le parole più dure: quella di Denise, ha detto, è “una violenza mafiosa differita“, un veleno che agisce sottotraccia per anni. “Possiamo definirlo un omicidio lungo 17 anni – ha scandito – il tempo passato dal delitto della madre”. Lo Stato, ha ammesso il sacerdote, non l’ha abbandonata: “Eppure a un certo punto si dev’essere sentita comunque incredibilmente sola“.
In prima fila c’erano la presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, e la sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro. “Lo Stato c’è stato – ha ricordato Colosimo – ma alcune ferite, inferte dal padre ‘ndranghetista, non sono state curate”. E mentre le istituzioni promettono di accompagnare il percorso della piccola, ora affidata ai nonni paterni, resta il silenzio di una bambina che un giorno chiederà perché la sua mamma non ha retto il peso di un cognome diventato una condanna.