Aveva 75 anni. Per mezzo secolo il suo volto è rimasto un segreto di Stato: fu tra i cinque padri del Gis e il carabiniere più decorato d’Italia.
Castelvetrano – C’è chi ha combattuto tutta la vita restando invisibile, e ha fatto della propria assenza un’arma. Il Comandante Alfa, il carabiniere fantasma che per quasi cinquant’anni ha protetto l’Italia senza mai mostrare il volto, si è spento domenica sera all’età di 75 anni. A dare la notizia, con parole cariche di dolore, è stato il suo profilo ufficiale: “Con immenso dolore comunichiamo la scomparsa del Comandante Alfa. Ci lascia un uomo speciale, che ha saputo donare affetto, valori e ricordi che resteranno per sempre nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo”.
Dietro quello pseudonimo, sussurrato con rispetto in ogni caserma, c’era un uomo in carne e ossa: Antonio Marzullo, nato a Castelvetrano il 28 febbraio 1951, figlio di un muratore siciliano. La sua identità è rimasta blindata fino all’ultimo respiro, svelata soltanto ora che il silenzio della morte ha reso inutile quello che era stato il segreto di una vita intera.
Aveva appena diciassette anni quando, nel 1969, partì per Roma e vestì la divisa. Dai paracadutisti del Tuscania al salto che gli avrebbe cambiato l’esistenza: nel 1977 un colonnello lo convocò insieme ad altri quattro commilitoni per dar vita a un reparto d’élite mai visto prima. Nasceva così il Gis, il Gruppo di Intervento Speciale dei carabinieri, e a lui toccò il nome in codice destinato a diventare leggenda.

Il battesimo del fuoco arrivò il 29 dicembre 1980, quando il giovane reparto salì sugli elicotteri e piombò sul supercarcere di Trani per domare una rivolta sanguinosa. Fu solo l’inizio. Negli anni il suo nome resta legato alle pagine più delicate della cronaca italiana: la cattura degli esattori del sequestro Casella, la liberazione dell’imprenditrice Patrizia Tacchella, la scorta blindata al magistrato antimafia Nino Di Matteo nella Palermo del 2003.
Poi le missioni all’estero, sempre in prima linea: Bosnia, Kosovo, Iraq e Afghanistan, teatri di guerra attraversati con quello che i superiori hanno definito “consapevole sprezzo del pericolo”. Un coraggio che gli è valso il titolo di carabiniere più decorato d’Italia: Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, la più alta onorificenza per un uomo in armi, e Croce d’oro al merito dell’Arma, oltre a decine di medaglie italiane e Nato.
Andò in congedo nel febbraio 2016, ma non appese al chiodo la sua missione. Diventò istruttore, divulgatore e scrittore, raccontando la sua “vita nell’ombra” in una serie di libri di grande successo per Longanesi, da Cuore di rondine a Io vivo nell’ombra, fino a Liberate gli ostaggi, dedicato proprio all’assalto di Trani.
Ha vissuto sotto il mefisto nero, il passamontagna che ne cancellava i lineamenti, e con quello resterà nella memoria di un Paese che gli deve molto senza averne mai conosciuto il viso. Oggi l’Arma piange uno dei suoi padri fondatori. E l’uomo che ha scelto di vivere invisibile diventa, finalmente, indimenticabile.