Dalle aule della Statale di Milano alle accuse di terrorismo: chi è il trentenne accusato di aver manovrato la protesta e perché la sua parabola ribalta i cliché della radicalizzazione.
Milano – L’arresto di Youssef Siher, il trentenne italo-marocchino accusato di istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo e violenza organizzata per i disordini del 17 e 18 ottobre nel centro di Milano, scuote profondamente la narrazione classica della radicalizzazione giovanile. A dispetto dell’immaginario comune che confina la guerriglia urbana nelle frange più marginali e disagiate della società, il profilo tracciato dagli inquirenti rivela una biografia fatta di studi accademici d’élite, collaborazioni editoriali e un impiego all’avanguardia nell’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale.
Nato e cresciuto tra traguardi istituzionali e percorsi intellettuali, dal liceo classico alla laurea in Scienze politiche alla Statale di Milano, passando per il Senato accademico e la ricerca per l’Ispi, Siher rappresenta quella figura ibrida in cui il disagio delle seconde generazioni e le istanze dell’attivismo radicale trovano una sintesi formalmente sofisticata. Secondo le ricostruzioni dell’Aisi e della Digos, il suo ruolo non sarebbe stato quello di un organizzatore operativo sul campo fin dal primo momento, quanto piuttosto quello di una mente digitale capace di inserirsi nel caos dei saccheggi per tentare di vestire i panni del leader e orientare la protesta a cose fatte.
La sua attività online, scandita da slogan di stampo insurrezionale e da un continuo rimando alla lotta anticoloniale, mostra come la propaganda contemporanea sappia sfruttare i canali social per eludere i controlli di polizia, modificando i punti di ritrovo all’ultimo secondo e aggirando le barriere istituzionali. Eppure, proprio questa esposizione digitale ha tradito le sue ambizioni, lasciando tracce informatiche che hanno permesso agli investigatori di individuarlo nel quartiere Corvetto.
Rimane ora da sciogliere il nodo cruciale dell’inchiesta della Procura milanese: capire se dietro il cosiddetto Movimento 17 ottobre ci sia soltanto l’iniziativa isolata di un intellettuale radicalizzato, abile a sfruttare le proprie competenze comunicative per soffiare sul fuoco della rabbia urbana, o se esistano ramificazioni strutturate e contatti internazionali capaci di trasformare un’ambizione di leadership solitaria in una minaccia organizzata su larga scala.



