La donna nell’armadio, il delitto mai risolto

Una nuova inchiesta, vecchi reperti e tre impronte mute. L’assassino di Antonella Di Veroli non ha ancora un nome.

Roma – Ci sono porte che restano chiuse per sempre, e dietro una di queste, per 32 anni, si è nascosto un assassino senza volto. Era il 10 aprile 1994 quando la vita di Antonella Di Veroli, commercialista di 47 anni, si spense nella sua casa del quartiere Talenti, in via Domenico Oliva. Non una morte qualunque, ma un delitto freddo, calcolato, costruito nel silenzio di un appartamento sempre ordinato. E oggi, dopo l’ultima speranza affidata alla scienza, la verità torna a sprofondare nel buio da cui sembrava sul punto di riemergere.

La scena che gli inquirenti si trovarono davanti aveva qualcosa di agghiacciante. Antonella, addormentata da un farmaco, era stata raggiunta da due colpi di pistola alla testa mentre era ancora distesa sul letto. Ma non furono quei proiettili a ucciderla: a toglierle il respiro fu l’asfissia, provocata da un sacchetto di plastica stretto intorno al capo. Poi la messa in scena più macabra: il corpo nascosto dentro l’armadio della camera da letto, l’anta sigillata con il mastice.

A dare l’allarme furono i familiari, insospettiti dal silenzio della donna, sempre così precisa. La sorella Carla entrò invano nell’appartamento, poi toccò anche all’ex compagno e socio Umberto Nardinocchi tornare sul posto. Fu una terza, disperata ricerca a far concentrare l’attenzione su quell’anta chiusa in modo anomalo. Dentro, rannicchiato, c’era il cadavere di Antonella.

Il cuscino con i due fori di proiettile usato per attenuare la detonazione

Le indagini di allora si mossero attorno a due uomini della sua vita. Nardinocchi, poi prosciolto, e il fotografo Vittorio Biffani, con cui la commercialista aveva avuto una relazione e al quale aveva prestato 42 milioni di lire mai restituiti. Biffani fu rinviato a giudizio nel 1995 e assolto due anni dopo, con sentenza confermata fino alla Cassazione nel 2003. A scagionarlo, anche un’impronta sull’armadio che apparteneva a una terza persona mai identificata.

Proprio quella traccia muta ha riacceso le speranze. Il 22 luglio 2025, su istanza dell’avvocato di famiglia Giulio Vasaturo, la Procura di Roma ha riaperto il fascicolo, affidato alla Pm Valentina Bifulco e ai carabinieri. L’obiettivo: far parlare i vecchi reperti con le tecnologie moderne. Nel registro degli indagati, per consentire comparazioni, sono finite 25 persone tra vicini e conoscenti.

Gli esami hanno restituito tre frammenti di impronte digitali – sull’anta, sulla custodia di un orologio, sul telefono fisso – ma nessun Dna utilizzabile. Il Ris di Roma le ha confrontate con quelle dei soggetti coinvolti: nessuna corrispondenza. Anche dalle intercettazioni nessuna novità. Il tempo, nemico implacabile, ha reso illeggibili tracce e testimoni ormai anziani.

Così, il 23 giugno 2026, è arrivata la richiesta di archiviazione. La famiglia non si è opposta. “Amarezza, ma rispetto per il lavoro svolto”, il commento di Carla Di Veroli. Trentadue anni dopo, l’armadio di via Oliva custodisce ancora il suo ultimo, impenetrabile segreto.