L’uomo si era strappato il braccialetto elettronico prima di colpirla otto volte. Poi se n’era andato al bar a fare colazione, come se nulla fosse.
Terni – Ci sono violenze così feroci e annunciate da lasciare un’intera comunità senza parole, sospesa tra la rabbia e l’impotenza di una morte che si poteva fermare. Dopo 5 lunghissimi mesi di agonia, inchiodata a un letto d’ospedale in condizioni disperate, il cuore di Fatiha El Afghani si è fermato. Aveva 44 anni, era originaria del Marocco, ed è morta ieri mattina nel reparto del nosocomio di Terni dove era ricoverata dal 9 maggio scorso, giorno in cui il marito l’aveva ridotta in fin di vita a martellate, davanti agli occhi atterriti dei passeggeri di un autobus di linea.
Il dramma si era consumato in una manciata di istanti, a bordo di un bus nei pressi di Santa Lucia di Stroncone, un pugno di case alle porte di Terni. La donna era appena salita quando il marito, Mohamed El Messaoudi, operaio di 42 anni, l’aveva raggiunta e colpita ripetutamente alla testa con un martello. Otto fendenti, sferrati con una ferocia inaudita, che le avevano provocato lesioni rivelatesi irreversibili.
A rendere ancora più agghiacciante la scena, un dettaglio che grida vendetta: l’arma del delitto era un martello comprato da pochissimo, con ancora attaccato il cartellino del prezzo. Tre euro e novanta centesimi. Tanto era costato lo strumento usato per spegnere una vita.
Ma il particolare più insopportabile è un altro. L’uomo era sottoposto a una misura cautelare e indossava un braccialetto elettronico, il dispositivo che avrebbe dovuto tenerlo lontano dalla moglie e proteggerla. Lo strappò e lo manomise poco prima di passare all’azione: gli investigatori lo ritrovarono gettato nei pressi dell’autobus, accanto al martello insanguinato. Un sistema di controllo aggirato con un gesto, nel silenzio di un allarme che non è bastato.
Compiuto il massacro, El Messaoudi era fuggito. Ma non lontano, e senza alcuna fretta. Fu catturato tre giorni dopo, riconosciuto dal personale e dai clienti di un bar della zona, dove si era presentato per fare colazione. “Era arrivato in maniera molto tranquilla, si era seduto e aveva pagato dopo aver mangiato”, ha raccontato una delle addette del locale. Come se nulla fosse accaduto.
A monte, una storia di violenza già nota alle autorità. Nell’aprile precedente i carabinieri di Terni avevano arrestato l’operaio per maltrattamenti e lesioni personali ai danni della moglie, tra le mura domestiche. Da lì l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento ai congiunti e, appunto, il braccialetto elettronico. Fermato tre giorni dopo l’aggressione, l’uomo era finito in carcere con l’accusa di tentato femminicidio pluriaggravato. Ora, con la morte di Fatiha, la sua posizione giudiziaria è destinata ad aggravarsi inesorabilmente, trasformando quel tentativo in un femminicidio consumato.



