Guido Gianni, gioielliere di Nicolosi, torna quasi libero dopo 18 anni di battaglie. La moglie in lacrime: “È il mio eroe, mi ha salvato la vita”.
Catania – Una pistola a salve, senza quel tappo rosso che l’avrebbe smascherata, e tre banditi col volto coperto a terrorizzare una donna dietro il bancone. Diciotto anni dopo quella notte di paura, su quella storia arriva la firma del Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella ha concesso la grazia a Guido Gianni, il gioielliere di Nicolosi che nel 2008 reagì a una rapina uccidendo due dei malviventi: tre anni e due mesi di carcere cancellati con un tratto di penna, e la libertà che ora torna a farsi vicina.
Era il 18 febbraio 2008, poco prima delle 19, quando tre giovani rapinatori col volto coperto fecero irruzione nella gioielleria di famiglia alle porte di Catania. Nel negozio c’era Maria Angela Distefano, la moglie del commerciante: malmenata e minacciata con una pistola che solo dopo si scoprirà essere a salve, priva del tappo rosso. Dal retrobottega, dove stava lavorando, il marito sentì le urla e accorse con la sua arma, regolarmente detenuta. Esplose prima alcuni colpi in aria, poi, nella colluttazione, altri spari.
Il bilancio di quei convulsi istanti fu drammatico: due rapinatori ventunenni, Davide Laudani e Sebastiano Catania, rimasero uccisi; il terzo, Fabio Pappalardo, fu solo ferito. “Ho difeso mia moglie e la mia famiglia, non volevo uccidere”, ripeté Gianni agli investigatori. Non era la prima volta che il gioielliere, torinese d’origine ma catanese d’adozione, si trovava davanti ai banditi: nove anni prima ne aveva messo in fuga altri sparando in aria.
Ma per i giudici, quella notte, la legittima difesa non c’era. Secondo le perizie balistiche, i colpi mortali raggiunsero i rapinatori alle spalle, mentre ormai fuggivano: in quel momento, stabilirono, il pericolo era cessato. Nel 2019 la Corte d’assise di Catania lo condannò a 13 anni (il pm ne aveva chiesti 17), poi ridotti a 12 anni e 4 mesi nei gradi successivi di giudizio. Nel 2022 si aprirono per lui le porte del carcere.
Fuori, però, la battaglia non si era mai fermata. La moglie aveva lanciato una petizione su Change.org, raccogliendo il sostegno della Lega e dell’eurodeputata Susanna Ceccardi. Matteo Salvini andò a trovarlo in cella all’Ucciardone e ne sposò la causa. Ora, dopo 5 anni e 3 mesi già scontati e con il parere favorevole del magistrato di sorveglianza, la grazia parziale fa scendere la pena residua sotto i quattro anni: una soglia che gli consentirà di chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali.
“Una bellissima notizia – esulta Salvini –. Chi reagisce per difendere se stesso e i propri cari non può essere trattato come un criminale”. Parla di “equilibrio e umanità” anche Fulvio Martusciello di Forza Italia. Ma le parole più laceranti sono quelle della moglie: “Fino a ieri piangevo lacrime di dolore, oggi di gioia. Lui è il mio eroe, mi ha salvato la vita mentre subivo violenza”.

Inevitabile il parallelo con il caso Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni e 9 mesi per una vicenda dai tratti simili, e per il quale Salvini chiede ora la stessa clemenza. Ma dal Colle frenano: le storie, i processi e le situazioni personali sono diverse, e ogni grazia nasce da motivazioni “umanitarie”, non per riscrivere le sentenze. Non a caso quella a Gianni è solo una delle tre firmate da Mattarella: le altre due riguardano un uomo gravemente malato e un padre con una figlia minorenne ammalata, entrambi condannati per droga.



