La sorella Elena, via social, rompe la propria riservatezza per lanciare un appello: “Manteniamo accesa la speranza”.
Treviso – Un anno. Trecentosessantacinque giorni di attesa logorante, di risposte mai arrivate e di una ferita che non smette di sanguinare. Era la mattina di lunedì 7 ottobre 2025 quando Matteo Vendramin, 29enne residente nel quartiere Campolongo di Conegliano, usciva di casa con l’intenzione di raggiungere un centro medico per un esame diagnostico. A quella visita, però, Matteo non è mai arrivato.
La sua auto è stata ritrovata poco dopo a Rua di Feletto, frazione del comune di San Pietro di Feletto. Lì, le telecamere di videosveglianza di un privato lo hanno immortalato per quattro lunghe ore mentre camminava a capo chino, visibilmente pensieroso, lungo le strade della zona. Poi, verso mezzogiorno, il vuoto assoluto.
Nonostante l’imponente macchina dei soccorsi mobilitata da vigili del fuoco, forze dell’ordine, protezione civile, volontari e dal network dell’associazione Penelope Veneto, di Matteo si è persa ogni traccia. Nemmeno le segnalazioni arrivate nei mesi successivi, compreso un ipotetico e mai confermato avvistamento a Vicenza, hanno portato a una svolta.
Oggi, all’indomani del primo drammatico anniversario, la famiglia rompe il silenzio per impedire che sul caso cali la scure dell’oblio o del burocratico rischio di archiviazione. Dalle pagine dei social network arriva la richiesta accorata della sorella Elena Vendramin, che rompe la propria riservatezza per lanciare un appello alla solidarietà collettiva:
“Quel maledetto 7 ottobre 2025, mio fratello Matteo scompariva da Rua di Feletto senza lasciare tracce ma lasciando un gran vuoto incolmabile dentro i cuori di chi gli vuole bene. È stato un anno duro, caratterizzato dal dolore, dalla mancanza, dall’attesa ma anche dalla speranza. Vi chiedo un favore, con il cuore in mano: manteniamo accesa questa speranza condividendo il più possibile, anche la minima informazione può essere cruciale per chi sta ancora cercando Matteo“.
Un grido d’allarme a cui fa eco la zia Lucilla, portavoce della famiglia, che punta il dito sulle carenze strutturali nella ricerca delle persone scomparse e sul pericolo che il tempo trasformi un caso aperto in un fascicolo dimenticato in archivio:
“La storia di mio nipote è la storia di un’attesa logorante che purtroppo accomuna troppe famiglie – denuncia zia Lucilla sulle colonne de Il Quotidiano del Piave -. L’ultima immagine che ci rimane di Matteo è quella catturata da una telecamera locale, dove lo si vede camminare pensieroso. Dalle ricerche non sono emersi né indizi né tracce e con il trascorrere dei mesi sul suo caso è lentamente calata una coltre di silenzio. Ma io non mi stancherò mai di ripetere che in un Paese civile la scomparsa di una persona non può e non deve essere archiviata o dimenticata, perché i casi si concludono solo quando la persona viene rintracciata”.
Zia Lucilla sollecita la politica e le istituzioni a un cambio di passo urgente, chiedendo maggiori risorse, personale dedicato in via esclusiva e l’impiego di tecnologie investigative avanzate per supportare i tantissimi parenti che hanno il diritto di conoscere la verità.

I familiari e l’associazione Penelope continuano a presidiare il territorio, ricordando che la speranza non si spegne. Chiunque ritenesse di avere informazioni utili, di aver incrociato Matteo o di riconoscere dettagli legati alle ore della scomparsa, è invitato a contattare immediatamente il Numero Unico d’Emergenza 112 o il referente dell’associazione Penelope Veneto al numero 388 1122653, specificando luogo, orario e abbigliamento dell’eventuale avvistamento.



