Morte del piccolo Domenico, confermato lo stop al chirurgo “spregiudicato”

Resta l’interdizione di un anno del medico dell’ospedale Monaldi, accusato di aver falsificato il referto del trapianto fallito.

Napoli – C’è un dolore che non si rassegna e una giustizia che cerca la verità tra le pagine di una cartella clinica. Il piccolo Domenico Caliendo aveva soltanto due anni e mezzo quando il cuore nuovo, quello arrivato in sala operatoria alla vigilia di Natale, non è bastato a strapparlo alla morte. E ora il Tribunale del Riesame di Napoli ha confermato l’interdizione di un anno dalla professione medica per Guido Oppido, il cardiochirurgo dell’ospedale Monaldi che quel trapianto aveva guidato e che, secondo l’accusa, avrebbe falsificato il referto operatorio per coprire l’errore.

Una decisione che tiene in piedi la misura già disposta lo scorso giugno dal Gip Mariano Sorrentino su richiesta della Procura di Napoli, al termine delle indagini condotte dai carabinieri del Nas. Al chirurgo si contestano i reati di falso materiale e ideologico in concorso. Per i giudici (collegio presieduto da Antonio Pepe) restano in piedi sia i gravi indizi di colpevolezza sia le esigenze cautelari, invano contestati dai suoi legali, gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes.

Il dramma era cominciato il 23 dicembre 2025, quando Domenico, bimbo di appena due anni e mezzo, era stato sottoposto a un trapianto di cuore. L’intervento fallì. Il piccolo rimase per settimane attaccato alle macchine nella terapia intensiva del Monaldi, finché il 21 febbraio il suo cuoricino si fermò per sempre, lasciando una città intera a deporre peluche e messaggi davanti all’ospedale.

Al centro dell’inchiesta c’è una manciata di minuti. Nel referto post-operatorio, Oppido aveva messo nero su bianco la contestualità tra l’asportazione del cuore malato e l’arrivo in sala del box con l’organo del donatore. Secondo gli inquirenti, invece, il medico avrebbe iniziato la cardiectomia prima ancora che l’organo nuovo varcasse la porta della sala operatoria. Un azzardo sui tempi che, per la Procura, il chirurgo avrebbe poi cercato di cancellare.

Durissimo il giudizio del tribunale, che descrive un comportamento improntato alla “spregiudicatezza” e una “personalità tanto ostinata” da far temere nuovi falsi. Quella bugia, scrivono i giudici, avrebbe nascosto la verità persino ai genitori di Domenico, privandoli del diritto di sapere come fosse morto il loro bambino. Nell’ordinanza si parla anche della “rabbiosa reazione” del medico davanti al rifiuto di due collaboratrici di assecondare la sua versione.

Diverso il destino della sua vice, la cardiochirurga Emma Bergonzoni, finita sotto la stessa accusa: per lei il Riesame ha annullato l’interdizione di sette mesi, non ritenendo sussistenti le esigenze cautelari. Ma l’inchiesta è tutt’altro che chiusa: a Oppido, alla Bergonzoni e ad altri cinque medici viene contestata anche l’ipotesi di omicidio colposo.

A rendere ancora più amara la vicenda c’è il verdetto della superperizia: un cuore artificiale avrebbe potuto salvare Domenico con oltre il 70% di possibilità, se impiantato entro 72 ore. Resta il vuoto di una famiglia e una domanda che nessuna ordinanza potrà mai colmare.