La 32enne fu trovata morta due giorni dopo la caduta mortale del figlio del compagno. Suicidio per gli inquirenti, omicidio per i giudici civili.
Coronado – Ci sono gialli che il tempo non riesce a sciogliere, enigmi sospesi tra il lutto e il sospetto, in cui la verità sembra sfuggire a ogni verdetto. È la storia di Rebecca Zahau, 32 anni, trovata senza vita all’alba del 13 luglio 2011 nel giardino della lussuosa dimora del fidanzato, a Coronado, in California. Nuda, le mani legate dietro la schiena, le caviglie strette da una corda e un lembo di maglietta cacciato in gola, il corpo che penzolava dal balcone della villa: una scena agghiacciante che, a oltre dieci anni di distanza, non ha ancora un colpevole certo.
La tragedia era cominciata due giorni prima. L’11 luglio Max Shacknai, il figlio di appena sei anni del compagno di Rebecca, il magnate farmaceutico Jonah Shacknai, era precipitato dalla balaustra del secondo piano della stessa casa, la storica Spreckels Mansion. Il bambino era affidato alle cure della donna, che disse di trovarsi in bagno nel momento della caduta. Trasportato d’urgenza in ospedale, Max morì il 16 luglio per le gravissime lesioni. Per gli investigatori fu un incidente.
Ma il destino non aveva finito di accanirsi su quella casa. La mattina del 13 luglio a dare l’allarme fu Adam Shacknai, fratello di Jonah e unica altra persona presente nella tenuta quella notte: raccontò di aver trovato il corpo di Rebecca appeso al balcone, di averlo calato a terra e di aver chiamato il 911. Sulla porta della stanza, dipinta a vernice nera in stampatello, campeggiava una frase enigmatica: “Lei ha salvato lui, puoi salvare lei?”.

Il 2 settembre 2011 lo sceriffo Bill Gore chiuse il caso: per la contea di San Diego la morte di Rebecca era un suicidio. Gli inquirenti sostennero che la donna si fosse legata da sola mani e piedi (diffusero persino un video dimostrativo) gettandosi poi nel vuoto dopo aver ascoltato un messaggio sulle condizioni di Max. Una tesi che la famiglia non ha mai accettato.
I parenti hanno sempre parlato di omicidio. Una seconda autopsia, affidata al celebre patologo Cyril Wecht, individuò fratture alla gola compatibili con uno strangolamento e non con l’impiccagione. I legali denunciarono tracce di una possibile violenza sessuale e la presenza di quattro traumi alla testa.
La svolta arrivò nell’aprile 2018. Al termine di una causa civile per omicidio colposo, una giuria di San Diego stabilì a maggioranza (9 voti contro 3) che era stato proprio Adam Shacknai a causare la morte di Rebecca, condannandolo a risarcire la madre della vittima con 5,2 milioni di dollari. L’uomo si è sempre proclamato innocente.
Il verdetto, però, non ha riscritto la storia. Pochi mesi dopo lo sceriffo ha confermato il suicidio e, nel febbraio 2019, l’assicurazione di Shacknai ha chiuso la partita con un accordo da 600 mila dollari, facendo decadere la condanna milionaria. Così, a più di un decennio dai fatti, il mistero di Rebecca Zahau resta quello che era all’inizio: un delitto senza colpevole.



