Giallo di Nervi, dalle scarpe al portachiavi: gli indizi nel capanno

Un teschio e un mucchio di ossa, ancora avvolte in indumenti pesanti, giacevano abbandonati all’interno di un casotto in muratura.

Genova – Ci sono storie che restano mute per mesi, chiuse dietro quattro muri di cemento, finché qualcuno non apre quella porta e si trova davanti l’orrore. È accaduto sulle alture di Nervi, dove un teschio e un mucchio di ossa, ancora avvolte in indumenti pesanti, giacevano abbandonati all’interno di un casotto in muratura di via Molinetti. A fare la macabra scoperta sono stati i proprietari del terreno, una coppia che in quel capanno non metteva piede da mesi e vi era rientrata soltanto per fare un po’ di pulizia.

Chi fosse quell’uomo, al momento, nessuno lo sa. L’esame medico-legale affidato al professor Francesco Ventura ha però iniziato a tracciarne il profilo: si tratterebbe di un uomo molto alto, di età inferiore ai 40 anni, con una dentatura sana e piedi decisamente grandi. Il corpo, ormai ridotto a scheletro, si trovava lì da parecchi mesi.

A parlare, al posto suo, sono gli oggetti. Quando è stato ritrovato, l’uomo indossava una scarpa da ginnastica Kalenji azzurra con suola bianca di misura 47-48, un giubbotto scuro Nike taglia M e un maglioncino marrone. Accanto alle ossa, un piccolo cofanetto di metallo che custodiva quelli che sembrano semi o gusci, un borsello e, soprattutto, un dettaglio che commuove: un mazzo di chiavi con un portachiavi rosso a forma di mezzo cuore, con incisa la Torre di Pisa. Forse il ricordo di un viaggio, forse il pegno di un amore.

Sono proprio questi oggetti, le cui immagini sono state diffuse dai carabinieri della stazione di San Martino e dalla Procura di Genova, la pista più concreta per restituire finalmente un nome alla vittima. Gli inquirenti, per ora, hanno escluso l’ipotesi dell’omicidio: non si può escludere che si trattasse di una persona senza fissa dimora, entrata in quel capanno in cerca di un riparo dal freddo. Ma resta il mistero su chi fosse e su come sia finito là dentro.

Il medico legale ha intanto attivato le procedure del protocollo per l’identificazione dei cadaveri senza nome, che prevede il confronto del Dna e l’incrocio con i dati delle persone scomparse. Le immagini degli effetti personali sono state mostrate anche dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, con un appello rivolto a chiunque possa riconoscere quelle scarpe, quel giubbotto o quel portachiavi.

Perché dietro ogni oggetto c’è una vita, e dietro quel mezzo cuore di metallo, forse, c’è ancora qualcuno che aspetta. L’altra metà di quel cuore spezzato potrebbe essere la chiave per ridare un nome, e una storia, all’uomo del capanno di Nervi.