Madre e figlia uccise dalla ricina, blitz nello studio di Gianni Di Vita

Perquisizione lampo a Pietracatella, di fronte a casa. Dalla Germania spuntano le tracce del veleno sugli alimenti sequestrati.

Pietracatella (Campobasso) – Prima la copia forense del computer e delle dieci pen drive, poi il blitz a sorpresa. A nove mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, appena 15, gli uomini della Squadra mobile di Campobasso guidati da Marco Graziano sono tornati a bussare alla porta di Gianni Di Vita. Questa mattina hanno perquisito il suo studio di commercialista, che si trova proprio di fronte all’abitazione dove, nei giorni a ridosso dello scorso Natale, madre e figlia furono avvelenate con la ricina. Una perquisizione durata pochi minuti, conclusa intorno alle 9. Il marito e padre delle due vittime resta la figura al centro del giallo, anche se nel fascicolo per duplice omicidio della Procura di Larino, al momento, non risulta alcun indagato.

Il blitz arriva a stretto giro dall’accertamento più delicato. Ieri, in questura a Campobasso, sono cominciate le operazioni di copia forense sul computer Lenovo e sulle dieci pen drive sequestrati a Di Vita lo scorso 31 luglio. La procuratrice Elvira Antonelli ha affidato il lavoro agli specialisti dello Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia. Un accertamento tecnico irripetibile che dovrà chiudersi entro 60 giorni, salvo proroga. Alle operazioni si è presentato solo il consulente informatico dell’avvocato Vittorino Facciolla, il legale che assiste Di Vita.

Gli investigatori cercano tracce precise: navigazioni internet finalizzate a procurarsi la ricina, chat, foto, registrazioni vocali, pagine di diario, annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni prima dei malori. Un arco temporale amplissimo, dalla prima accensione dei dispositivi fino all’ultimo utilizzo.

Ma la svolta vera potrebbe arrivare da Berlino. Sono gli esperti del Robert Koch Institut, massima autorità europea in materia di bioterrorismo, a esaminare i 131 campioni (resti di cibo, contenitori e oggetti) prelevati a luglio nella palazzina dei Di Vita. Indiscrezioni insistenti parlano di tracce del veleno individuate in alcuni reperti: nel mirino una borraccia con un liquido inodore e insapore e un barattolo con un sedimento brunastro, ritrovati al piano un tempo abitato dalla madre di Gianni. Se confermato, sarebbe la prova che la ricina era in casa.

Gli inquirenti sono ormai convinti che il veleno sia stato ricavato artigianalmente dai semi della pianta, che cresce senza fatica nelle campagne intorno al paese. Da qui il sospetto più agghiacciante: che a essere programmata fosse l’eliminazione di Antonella, con la piccola Sara vittima collaterale di un piano covato a lungo. Sullo sfondo, la pista passionale su cui lavora la Mobile, tra testimonianze discordanti, silenzi e reticenze. Gianni Di Vita, che ha sempre raccontato di essersi sentito male insieme a moglie e figlia, è risultato negativo alla sostanza. Il puzzle, dicono dalla Procura, si sta lentamente completando.