Accise sui carburanti, cosa ha fatto (e cosa non ha fatto) il governo Meloni

Dai video al distributore alla prova dei fatti al potere: tra promesse, nodi di bilancio e la realtà della pompa di benzina.

Roma – Il prezzo della benzina che sale, gli scontrini che lievitano e il portafoglio degli italiani che si prosciuga a ogni pieno. Quello delle accise sui carburanti è un tema ciclico, capace di infiammare il dibattito politico ad ogni oscillazione del greggio. Ma quando la propaganda lascia il passo ai numeri e ai decreti, la distanza tra la narrazione elettorale e la gestione delle casse dello Stato si fa evidente. Per comprendere cosa sia davvero cambiato per gli automobilisti, occorre analizzare la materia attraverso tre snodi fondamentali.

Cosa sono e quali sono le accise sui carburanti

Partiamo quindi dal principio. L’accisa è un’imposta indiretta sulla fabbricazione e sulla vendita dei prodotti energetici. Nell’immaginario collettivo, quando si parla di tasse sulla benzina, si pensa a un elenco frammentato di micro-gabelle introdotte nel corso dei decenni per coprire le emergenze più svariate: dalla guerra d’Etiopia (1935-1936) alla crisi di Suez (1956), dalle alluvioni di Firenze e della Liguria ai terremoti del Belice, dell’Irpinia, dell’Aquila e dell’Emilia-Romagna.

Nella realtà contabile moderna, questa stratificazione storica non esiste più come somma di voci distinte. Il Testo Unico delle Accise (D.Lgs. 504/1995) e le successive riforme hanno inglobato tutti questi vecchi prelievi in un’aliquota fiscale unica e progressiva. A questa cifra base si somma poi l’IVA al 22%, calcolata sull’importo totale della materia prima e dell’accisa stessa: un meccanismo fiscale che genera l’effetto di una vera e propria “tassa sulla tassa”.

Le promesse di Giorgia Meloni

Il posizionamento politico sul tema dei carburanti ha conosciuto diverse fasi. Durante gli anni passati all’opposizione, famosi video girati da Giorgia Meloni presso le stazioni di servizio denunciavano l’iniquità delle accise, definendole una “vergogna” ai danni dei cittadini e chiedendone l’abolizione progressiva o totale.

Un frame dal video di Giorgia Meloni girato a un distributore quando era all’opposizione

La linea trova una prima formalizzazione nel programma elettorale con cui Fratelli d’Italia si presenta alle elezioni del 2022, dove al punto 7 si fa esplicito riferimento alla “sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di IVA e accise”. L’obiettivo dichiarato era evitare che lo Stato incassasse un “extra-gettito” speculando sui rincari del prezzo industriale.

Una volta al governo, però, la linea è stata (parzialmente) corretta: l’esecutivo ha chiarito che l’abolizione totale e immediata delle accise avrebbe comportato un buco di bilancio da circa 20 miliardi di euro l’anno, insostenibile per i conti pubblici, e che gli interventi avrebbero riguardato solo riduzioni mirate e progressive in base alle risorse disponibili.

Le decisioni dell’esecutivo

Messo da parte il taglio radicale delle gabelle, la gestione concreta del dossier carburanti da parte del governo si è articolata attraverso scelte precise e strategie di contenimento:

  • Lo stop allo “sconto Draghi”: la prima misura di discontinuità è arrivata all’inizio del 2023, quando l’esecutivo ha scelto di non rinnovare il taglio temporaneo delle accise (circa 30,5 centesimi al litro) introdotto dal precedente governo Draghi. La risorsa, stimata in circa un miliardo di euro al mese, è stata dirottata verso la copertura dei crediti d’imposta per il caro-bollette e il sostegno alle fasce sociali più deboli.
  • Il Decreto Trasparenza e le accise mobili: Per arginare i picchi dei prezzi, il governo ha introdotto l’obbligo per i gestori di esporre il prezzo medio regionale accanto a quello praticato e ha ridisegnato il meccanismo delle accise mobili. La norma prevede che, in presenza di un aumento del prezzo del petrolio e del conseguente extra-gettito IVA, le risorse incassate in più dallo Stato possano essere riutilizzate per calmierare temporaneamente l’aliquota dell’accisa.
  • Rimodulazioni e riordino ambientale: Negli anni successivi, l’esecutivo ha fatto ricorso a tagli selettivi focalizzati soprattutto sul gasolio, nell’ottica di tutelare la filiera del trasporto merci ed evitare impatti a cascata sui beni di prima necessità. Parallelamente, è stato avviato il piano di riordino fiscale volto a riallineare gradualmente l’accisa del diesel a quella della benzina per ragioni di transizione ecologica, riducendo progressivamente lo storico vantaggio fiscale di cui godeva il gasolio.

L’odiosa “tassa sulla tassa” resta

Al netto dei riassetti normativi e dei decreti emergenziali, la sostanza per gli automobilisti non cambia: l’effetto distorsivo della “tassa sulla tassa” rimane intatto. Calcolare l’IVA al 22% sull’importo comprensivo dell’accisa continua a far lievitare artificialmente il prezzo al litro, garantendo allo Stato un gettito gonfiato proprio nei momenti di massimo rincaro del greggio.

Una deriva finita al centro delle pesanti critiche di Federconsumatori, che giudica pericolosa la linea intrapresa dall’esecutivo. Secondo l’associazione di tutela, pur di non intaccare gli extraprofitti accumulati dai colossi energetici, il governo starebbe distraendo l’opinione pubblica riducendo progressivamente gli sgravi.

Per invertire la rotta, Federconsumatori sollecita interventi strutturali immediati: uno sconto minimo di 20 centesimi al litro sulla benzina e di 30 centesimi sul diesel, controlli a tappeto lungo l’intera filiera per strroncare ogni manovra speculativa, il disaccoppiamento dei listini del gas da quelli dell’energia elettrica e, soprattutto, lo scorporo definitivo delle accise dalla base imponibile dell’IVA, unica via per cancellare una volta per tutte un balzello ritenuto iniquo.