Il caso di Romina Del Gaudio riparte da una traccia di DNA

La famiglia si è opposta all’archiviazione dopo che un profilo genetico sul giubbino della diciannovenne ha mostrato una compatibilità parziale.

Aversa – Il giubbino di pelle nero di Romina Del Gaudio, rimasto per anni tra i reperti, potrebbe essere la chiave per riaprire il caso. Su quell’indumento è stato individuato un profilo genetico maschile che le banche dati internazionali hanno messo in relazione, in modo parziale, con un cittadino francese nato nel 1951. La stessa traccia ha dato un segnale anche verso la Spagna, ma Madrid ha giudicato la sovrapposizione troppo scarsa per parlare di corrispondenza e non ha fornito l’identità. Parigi ha invece collaborato. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha comunque chiesto di chiudere l’indagine e la richiesta, notificata a gennaio ai familiari, ha trovato l’opposizione dei loro legali.

Quel giubbino è stato ritrovato il 20 luglio 2004, sparso nel boschetto della Reggia di Carditello insieme ad altri effetti personali e a una cartellina con il nome della ragazza, quella in cui teneva i contratti di lavoro. All’appello mancavano la borsa, le chiavi di casa e il cellulare. Del corpo restavano solo poche ossa e i capelli, consumati dalle intemperie e dagli animali, tanto che la madre si è rifiutata di credere che fossero quelli della figlia, fino a quando un esame del Dna, commissionato dalla famiglia, non le ha tolto ogni speranza.

Bisogna quindi tornare indietro di quarantasette giorni. L’ultimo punto fermo nella vita di Romina, diciannove anni, del Vomero, è una macelleria di via Roma ad Aversa, dove, verso le 13 del 4 giugno, è entrata per illustrare le offerte di un operatore telefonico. Il titolare l’ha vista poi scambiare qualche parola con qualcuno sulla porta, troppo distante per riconoscerlo. Poco prima era stata con i colleghi in un bar della stessa strada, dopo il viaggio da Napoli, e poi si era diretta verso gli esercizi commerciali del suo giro. Quando non si è presentata all’appuntamento per il pranzo, i colleghi hanno chiamato la madre, che ha raggiunto Aversa col fratello nel pomeriggio e ha denunciato la scomparsa.

La giovane sarebbe stata vista seduta sul marciapiede tra via Andreozzi e piazza Magenta ad Aversa

Da quel momento le ricerche sono state quasi soltanto dei familiari. Gli inquirenti hanno privilegiato l’ipotesi di un allontanamento volontario, anche se la madre insisteva che la figlia non lo avrebbe mai fatto, e secondo la difesa nessuno ha ricostruito i movimenti del telefono di Romina. In quei giorni la donna è andata in televisione a Chi l’ha visto? Ha telefonato anche un uomo, convinto di aver visto la ragazza in stazione: la descrizione era così accurata da includere una molletta poi ritrovata nel bosco, ma la sua posizione è stata archiviata.

I resti hanno raccontato una morte violenta. Romina è stata colpita alla schiena con un coltello e poi raggiunta da due proiettili calibro 22, sparati da distanza ravvicinata. Il corpo era nudo, il reggiseno strappato, la biancheria in parte scomparsa e in parte tagliata. Su questa base i consulenti della famiglia hanno parlato di un’aggressione di matrice sessuale, opera di una persona che conosceva bene un luogo allora abbandonato e frequentato da prostitute e tossicodipendenti, ma si tratta di ipotesi e non di accertamenti. C’è anche il dubbio che la giovane non sia stata uccisa lì, ma altrove, e poi trasportata nel bosco in un secondo momento.

Il giorno prima, a Parete, un’altra ragazza aveva rischiato di essere portata via da un’auto scura. Due uomini scesi dalla vettura l’avevano afferrata, e uno di loro pare avesse una pistola nei pantaloni. A salvarla era stato un dentista che, dal balcone del suo studio, aveva visto la scena ed era intervenuto con toni cortesi, spingendo gli aggressori ad andarsene. Nessuno può dire se ci sia un nesso, ma nel boschetto è stata trovata la tessera di una piscina di Parete, mai attribuita a qualcuno.

Altre strade sono state percorse e poi abbandonate. Diversi collaboratori di giustizia hanno indicato un uomo vicino alla camorra come una persona dedita ad approfittare di donne sole e uno ha riferito di averlo visto ripulire in fretta la sua auto dopo il delitto. Nel 2022 Giovanni Cellurale ha aggiunto che quell’uomo, con alcuni complici, avrebbe avuto una calibro 22. Non ci sono state conferme e anche quel fascicolo è finito in archivio. In tutto il procedimento ha avuto più archiviazioni, l’ultima definitiva nel 2017, poi una nuova indagine nel 2018 e un’istanza di riapertura l’anno seguente.

L’avvocato Marco Spena, che con la criminologa Luisa D’Aniello e la genetista Marina Baldi tutela zio e cugina di Romina, ritiene che gli accertamenti vadano ripresi partendo da ciò che manca. Sul giubbino e su una mutandina, di cui non si sa con certezza se appartenesse alla vittima e che è stata trovata in un’altra zona del bosco, ci sono due profili maschili senza nome. Nel fascicolo non c’è inoltre il documento sull’amplificazione del DNA, un vuoto che rende il dato incompleto. La difesa vuole ripetere le analisi su ogni reperto, cercare parenti dei profili con un’indagine familiare, come è già avvenuto in altri casi di cronaca, e riesumare il corpo per esaminare i denti. Chiede poi di sottoporre a stub un giubbino azzurro che potrebbe avere tracce di sparo e di scoprire di chi fosse la tessera della piscina. Occorre anche verificare se il francese abbia mai attraversato l’Italia in quei mesi, magari lavorando come camionista. L’udienza non è ancora stata fissata. Lo zio Ciro non ha intenzione di fermarsi. La sorella, mamma di Romina, è morta senza sapere chi avesse ucciso la figlia.