Il caffè fa bene al cuore? La scienza promuove la tazzina

Un nuovo studio dell’American Heart Association fa chiarezza su dosi consigliate, benefici per la salute e metodi di preparazione della bevanda più amata.

Non occorre rinunciare alla pausa tazzina: l’American Heart Association ha recentemente esaminato il rapporto tra consumo di caffè e salute cardiovascolare, rassicurando i consumatori sul fatto che un apporto moderato di caffeina si inserisce perfettamente in uno stile di vita sano. Per la popolazione adulta generale, la soglia di sicurezza indicata dagli esperti si attesta sui 400 milligrammi giornalieri di caffeina, pari a circa 3-5 tazze di caffè americano filtrato.

È fondamentale tuttavia distinguere il volume di una tazza statunitense dall’espresso italiano, poiché l’estrazione, la varietà di chicco usata e la dimensione della bevanda variano notevolmente la quantità effettiva di sostanza assunta, che può peraltro derivare anche da tè, cioccolato e bevande energetiche. Gli studiosi sottolineano come non si debba sovrapporre il concetto di caffeina a quello di caffè. I dati osservazionali mostrano che molti degli effetti protettivi sulla salute, come un minor rischio di diabete di tipo 2 o una riduzione complessiva della mortalità, si riscontrano anche con il decaffeinato. Questo accade perché il chicco integra un’ampia varietà di composti bioattivi, tra cui antiossidanti, acidi clorogenici e sostanze antinfiammatorie, i cui benefici sul metabolismo dell’insulina o sulla flora intestinale non vanno confusi con la semplice assunzione di caffeina pura o integratori ad alto dosaggio.

La modalità di estrazione incide direttamente sui componenti che arrivano in tazza. Le preparazioni non filtrate tramite carta, come il caffè turco o la French press, contengono concentrazioni più alte di diterpeni come il cafestolo, in grado di far salire i livelli di colesterolo LDL nel sangue. Al contrario, l’uso dei filtri in carta trattiene gran parte di questi oli. Inoltre, dal punto di vista nutrizionale occorre separare nettamente l’espresso o il caffè della moka consumati al naturale dalle bevande ricche di zuccheri, sciroppi e panna tipiche delle catene internazionali, le quali aggiungono calorie elevate attenuando i potenziali vantaggi della bevanda d’origine.

La tolleranza alla sostanza rimane infine strettamente individuale e legata a fattori genetici di metabolizzazione. Mentre una persona può non subire alterazioni del sonno, un’altra potrebbe riscontrare picchi di pressione, palpitazioni o insonnia anche con dosi contenute. In conclusione, la ricerca non invita a iniziare a bere caffè a scopo terapeutico, ma assolve chi già ne fruisce con moderazione: inserita in un’alimentazione equilibrata e ascoltando la risposta del proprio organismo, la tazzina quotidiana rimane un piacere salutare e del tutto sicuro.