A una settimana dalla chiazza di gasolio lunga 28 chilometri, un nuovo sversamento colpisce il Naviglio a Robecco.
Milano – Non è bastata una settimana di bonifiche, di barriere e di animali strappati alla morte per restituire pace ai Navigli. L’acqua che per secoli ha raccontato la storia di Milano è tornata a farsi nera, avvelenata da una mano che ora qualcuno definisce senza mezzi termini criminale. Un nuovo sversamento ha imbrattato il Naviglio all’altezza della frazione di Cascinazza, a Robecco sul Naviglio, e la parola che rimbalza da un ufficio all’altro è una sola, agghiacciante: doloso.
La segnalazione è arrivata nella giornata di oggi, sabato 12 settembre. A intervenire sul posto sono stati i tecnici di Gruppo Cap, la green utility che gestisce il servizio idrico della città metropolitana di Milano. La loro comunicazione ufficiale non lascia spazio a interpretazioni consolatorie: “Si tratta di un episodio riconducibile a un’azione dolosa, al momento non è possibile stabilire con certezza dove e con quali modalità siano state immesse le sostanze nella rete. Si tratta infatti di un evento esterno e non prevedibile“.
Un veleno versato di proposito, dunque, in un punto ancora da individuare della rete fognaria. I tecnici lavorano “per supportare le operazioni di contenimento e le verifiche delle autorità competenti”, mentre i flussi restano sotto monitoraggio continuo. La ricostruzione della dinamica e dell’origine dello scarico, avverte l’azienda, potrà arrivare solo al termine dei controlli. Cap ha annunciato la massima collaborazione con le Forze dell’ordine, l’ARPA e le amministrazioni locali.
L’ombra del sabotaggio cade a pochi giorni da un disastro ancora aperto. Venerdì 4 settembre, durante alcuni lavori sulla rete fognaria nella zona di Pontevecchio di Magenta, una enorme chiazza oleosa – indicata nei rapporti come gasolio o oli esausti – aveva iniziato il suo viaggio lungo il sistema dei Navigli. Pian piano si è propagata per circa 28 chilometri, fino a raggiungere la Darsena di Milano nella notte tra il 5 e il 6 settembre.
Il conto pagato dall’ambiente è pesante. Lo sversamento di idrocarburi ha provocato gravi danni alla flora e alla fauna: tra gli animali soccorsi anche un cigno reale, ricoverato al centro Lipu-La Fagiana di Magenta. Sul caso la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per inquinamento delle acque, un’indagine contro ignoti coordinata dalla pm Giulia Floris sotto la supervisione del procuratore Marcello Viola.
La macchina dei soccorsi ha lavorato senza sosta. La bonifica, affidata alla Ecoroe, ha impegnato 76 operatori e 50 mezzi, per un totale di circa 550 tonnellate di rifiuti liquidi e solidi raccolti e avviati al trattamento. “Un’emergenza di queste dimensioni – ha commentato Luca Raspa, amministratore unico dell’azienda – richiede capacità di reagire immediatamente, organizzazione e, soprattutto, collaborazione”. Venerdì 11 settembre erano state finalmente rimosse le barriere assorbenti; l’assessore milanese Marco Granelli ha rivendicato che quelle protezioni “hanno salvato Darsena, Vettabbia e Naviglio pavese”.
Ma proprio mentre la città tirava il fiato, il secondo colpo. La navigazione resta vietata in via precauzionale ancora per qualche giorno – seppur con il via libera agli eventi della Canottieri San Cristoforo – e ora sul tavolo degli inquirenti pesa un interrogativo più tossico del veleno stesso: chi sta avvelenando i Navigli, e perché.